Data odierna 24-09-2017

“Quale politica ha l’Italia, intesa come governo delle istituzioni, ma anche come sistema delle imprese, nei confronti di questa altra Italia che ha messo radici fuori dal nostro Paese e che...

“Quale politica ha l’Italia, intesa come governo delle istituzioni, ma anche come sistema delle imprese, nei confronti di questa altra Italia che ha messo radici fuori dal nostro Paese e che rappresenta una parte importante della società civile in diverse parti del mondo?”.

Si sono sviluppate intorno a quest’interrogativo le conclusioni che Massimo D’Alema, leader storico del Pd e presidente del Copasir, ha tratto del dibattito al seminario “L’Emigrazione nella storia unitaria”, organizzato dal Pd a Roma.

“Che cosa rappresenta questa presenza di 60 milioni di italiani, cittadini, figli, discendenti, nel mondo, che sono parte rilevante delle società civili in alcuni grandi Paesi? Sono essi un punto di forza per l’Italia?”. Per D’Alema, “sicuramente lo sono stati. Sicuramente, non solo perché hanno contribuito con le loro rimesse alla crescita del Paese, ma anche perché hanno contribuito all’apertura di nuovi orizzonti e lo hanno fatto in modo molecolare, attraverso i rapporti familiari. Questo rapporto con il mondo è stata una forza per un Paese arretrato e debole che si è costruito come Nazione in tempi recenti”.

Ne consegue, secondo il leader Pd, “che questa rete di italiani nel mondo dovrebbe essere ancora di più oggi, nell’epoca della globalizzazione, un punto di forza del Paese, persino dal punto di vista della competizione globale, della capacità di imporre il marchio Italia inteso come stile di vita, stile di consumi, di mangiare, vestirsi, di ascoltare la musica, un contributo straordinario che pochi Paesi hanno, a tenere forte l’Italia in un mercato mondiale sempre più competitivo”.

“L’Italia ufficiale”, rileva D’Alema, “di questa altra Italia si è sempre occupata pochissimo. Forse c’è una ragione all’origine di questo: un senso di colpa, la volontà di rimozione del fenomeno, il fatto che i migranti sono emigrati come un popolo senza Nazione, sono veneti, calabresi, napoletani. Un fatto che spiega come sono finiti questi italiani nel mondo, abbiamo avuto una scarsissima influenza politica e istituzionale e una grandissima influenza nelle società civili per la capacità imprenditoriale”.

Dopo i tentativi del passato – D’Alema ha ricordato quello messo in atto durante il regime fascista, rivelatosi controproducente – “di recente abbiamo cominciato a porci la domanda emigrazione, ad operare una svolta, ma ancora oggi non ci siamo posti il problema di attuare una politica per gli emigrati. In fondo il fenomeno della partecipazione attraverso il voto, che è un segmento abbastanza ristretto, è importante, ma il voto rischia di essere un cerchio ristretto che non arriva a coinvolgere neppure la maggioranza degli aventi diritto, figuriamoci i figli di emigrati di seconda e terza generazione”.

E questo perché, osserva il leader Pd, “quello che noi offriamo è poco ed è, quindi, comprensibile che una parte più integrata ed evoluta, ma soprattutto più numerosa, non avverta il richiamo di questo tipo di rapporto con le istituzioni”.

Cosa si può offrire, allora? Secondo D’Alema, “dobbiamo incoraggiarli, partire sì dalla rappresentanza ma uscendo dall’autoreferenzialità: gli eletti all’estero devono rappresentare il rapporto tra l’Italia e il Paese dove vengono eletti e non tra l’Italia e una comunità piccola e ristretta che li elegge. Certo gli eletti non dovranno tralasciare i problemi quotidiani delle comunità – scuola, pensioni, salute – ma dovranno andare oltre, cercare di fare di questa presenza politica una rappresentanza allargata di tutto un mondo che non partecipa alle elezioni”.

“Per l’Italia ricostruire un rapporto con quel mondo, vastissimo, che ancora oggi rimane ai margini delle rappresentanze, è fondamentale”, prosegue Massimo D’Alema, per il quale occorre “valorizzarne le potenzialità chiedendo, contemporaneamente a questo mondo di svolgere un ruolo molto più ampio. E va tenuto nel debito conto che l’emigrazione continua, non è finita. C’è una nuova emigrazione che si muove, in parte per necessità in parte per conoscere il mondo, un flusso di italiani che non è cessato. Il rapporto con queste generazioni”, insiste D’Alema, “è interessante”.

Occorre riconoscere, sottolinea il leader del Pd, “che il tema di questa altra Italia nel mondo è un tema complesso, perché ci sono varie Italie, vari livelli di integrazione, e lo sforzo deve essere quello di impostare una politica complessiva verso l’insieme di questi 60 milioni di emigrati, di oriundi, di discendenti italiani, anche per il rilancio del nostro prestigio, della nostra economia. Non possiamo non rilevare, d’altra parte, che l’attuale governo sta smantellando il tutto. Con l’assenza di una politica per gli italiani e per la cultura italiana nel mondo; con l’azzeramento della politica di cooperazione internazionale. Un fatto sconvolgente. Noi, con il precedente governo, avevamo portato a una cifra sia pur ancora modesta la cooperazione, 600 milioni, ma oggi, purtroppo, è stato cancellato tutto”.

“E, dunque”, sprona D’Alema, “dobbiamo lavorare per fare in modo che ci sia un progetto culturale ed economico, che consideri queste 60 milioni di persone come una leva importante, per rifare un profilo importante dell’Italia nel mondo che coinvolga le politiche pubbliche, le imprese, le forze associative. È importante, quindi, uscire dalla riunione di oggi con un pacchetto di proposte di riforme che sono necessarie, mettere insieme il mondo dell’università italiana, il Mae, il mondo della cultura e il sistema delle imprese, creare un comitato che coordini tutti questi soggetti per discutere di cosa è l’Italia nel mondo di cosa sono capaci di costruire con “strategie Paese”, con priorità che noi pure avevamo avviate ed oggi sono state interrotte”.

“Da qui dobbiamo uscire”, insiste il leader Pd, “rilanciando un progetto in grado di affrontare questa situazione, anche con ambizione, per far sì che queste nostre comunità siano il tramite per politiche che creano un nesso con l’italianità nel mondo. Credo che questa esperienza italiana potrebbe essere capace di una riflessione coraggiosa: il rapporto tra l’esperienza dell’emigrazione italiana e la sfida dell’immigrazione in Italia. In fondo noi siamo un popolo che si è globalizzato abbastanza presto rispetto al ciclo della grande globalizzazione e potremmo dare un contributo nel settore”.

“Abbiamo fatto una legge coraggiosa, difficile, importante, sulla cittadinanza, ma il vero problema”, per D’Alema, “non è quello dello ius sanguinis per la terza generazione, ma è che nel mondo globale avanza il modello ius soli: essere cittadino del Paese in cui nasci è il fondamento della civiltà globale. A noi deve interessare l’italiano cittadino del mondo in ogni angolo del mondo e non un cittadino italiano in tutti gli angoli nel mondo”.

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