Data odierna 20-09-2017

Ci sono tanti nodi irrisolti nella tutela e nel finanziamento della stampa e dell’informazione italiana all’estero. Nodi che preoccupano Giangi Cretti, presidente della Fusie e consigliere del Cgie,...

Preoccupazione per la stampa all’estero

Ci sono tanti nodi irrisolti nella tutela e nel finanziamento della stampa e dell’informazione italiana all’estero. Nodi che preoccupano Giangi Cretti, presidente della Fusie e consigliere del Cgie, che alla vigilia della plenaria del Consiglio generale – che pone all’ordine del giorno “Intervento straordinario per la tutela di Rai International e per la stampa italiana all’estero” – riassume con l’Aise le criticità di un settore che ha urgente bisogno di una boccata d’ossigeno.

Partiamo da qui, dalle difficoltà di testate che attendono i tempi burocratici del Governo. “La nostra preoccupazione – spiega Cretti – è dovuta al fatto che la Commissione della Presidenza del Consiglio per i contributi alla stampa periodica italiana all’estero non è stata ancora convocata. Di solito lo è a fine anno, mentre ora si vocifera di una possibile convocazione a marzo. Ne consegue il timore che questo ritardo si traduca in un ritardo nell’erogazione dei contributi”.

D. Timori che si sono manifestati anche fra i quotidiani editi all’estero.

R. In modo comprensibilmente ancora più marcato. Anche i quotidiani italiani all’estero soggiacciono alla legge che regola i contributi per i quotidiani in Italia. I tagli annunciati creano grande incertezza, in quanto non se ne conosce l’esatta entità, e per le testate quotidiane italiane all’estero il problema è quando, quanto e se i contributi verranno effettivamente erogati. In questa situazione sono costretti a ripensare la periodicità.

D. Si riferisce ai due quotidiani italiani d’Australia che sono ritornati ad un cadenza periodica?

R. Sì. Da qualche mese sia “Il globo” che “La Fiamma” hanno cambiato la loro frequenza: non più quotidiana ma settimanale, proprio per una situazione di incertezza di cui accennavo prima.

D. Si accorcia la lista dei quotidiani e si allunga quella dei periodici?

R. Esatto. Al di là delle contingenze e delle singole situazioni, dovremmo cominciare a riflettere anche sul fatto che, se questo avviene, i contributi destinati ai periodici diventerebbero ancora di meno. Insomma, la coperta rischia di stringersi ancora.

D. Capitolo Rai Internazionale: dall’inizio di quest’anno la rete non trasmette più trasmissioni autoprodotte. Quali sono state le reazioni all’estero?

R. La questione riguarda solo la metà degli italiani residenti all’estero: in Europa i canali di Rai Internazionale non sono mai stati visti quindi la reazione degli “europei” è stata tiepida, anche se non hanno mancato di esprimere la loro solidarietà. Detto questo, le reazioni del resto del mondo all’inizio sono state veementi, perché avevano timore che il canale venisse oscurato del tutto. Poi è subentrato un certo sollievo, quando gli italiani all’estero hanno scoperto di avere ancora i programmi Rai diffusi quotidianamente. Credo che il problema sia soprattutto sindacale, sia per i giornalisti che per quanti lavorano per Rai Internazionale. E credo soprattutto che sia importante, in questa fase, una riflessione seria sia della Rai che della Presidenza del Consiglio su quali debbano essere la natura, il ruolo e i contenuti del canale.

D. Recentemente il Ministro Giarda ha detto che il Governo sta studiando una rimodulazione del riparto dei fondi tra le diverse convenzioni della Presidenza del Consiglio.

R. L’auspicio è che queste dichiarazioni, ma soprattutto le misure che speriamo seguiranno, contribuiscano a fare chiarezza sulla rete e sul suo ruolo: è un canale “per” gli italiani o che proietta l’Italia all’estero? Ricordando che discutere sulla programmazione significa necessariamente parlare anche di risorse. Credo che, comunque, Rai Internazionale abbia fallito la sua vera missione che era fare informazione di ritorno. Sul tema ci si è parlati addosso fra addetti ai lavori, ma l’informazione di ritorno non è mai avvenuta.

D. E la Fusie che fa?

R. In una fase in cui è molto difficile trovare interlocutori che prestino orecchio attento a queste problematiche. Purtroppo lo abbiamo verificato tutte le volte, e sono state tante, in cui abbiamo sollecitato sia formalmente che informalmente, le istituzioni competenti, nessuna esclusa. Per questo, e per uscire da un’azione circoscritta, sono mesi che la Fusie sta cercando di portare in porto un convegno che veda coinvolti gli addetti ai lavori, ma soprattutto la politica e il governo, affinché queste tematiche non solo siano affrontate ma trovino una soluzione che preveda risposte puntuali e concrete. È ormai stucchevole continuare a riproporre gli stessi problemi sapendo benissimo che sulle ipotesi di riforma del settore è impossibile costruire una seria prospettiva. (m.cipollone\aise)

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