Data odierna 18-10-2018

Il cleavage, la divisione, centro-periferia non è nuova nella storia della Scienza Politica. Già Martin Lipset and Stein Rokkan (1967) ne avevano evidenziata la centralità per spiegare le fratture...

Politiche di coesione sociale contro l’impoverimento socio-economico e culturale delle periferie. Esempi virtuosi da Italia e Svizzera di Valeria Carmia

Il cleavage, la divisione, centro-periferia non è nuova nella storia della Scienza Politica. Già Martin Lipset and Stein Rokkan (1967) ne avevano evidenziata la centralità per spiegare le fratture politiche in Europa. Poi l’epoca fordista e la costruzione delle grandi fabbriche, con la lotta di classe, ce l’ha fatta dimenticare, questa divisione, la quale è tornata oggi più che mai centrale e sotto gli occhi di tutti, ogni qual volta ci dirigiamo, banalmente, dal centro cittadino alle zone periferiche di montagna per il weekend.

Prove del fatto che il ritorno del cleavage centro-periferia sia reale ci vengono date da Joan Rosés, professore alla London School of Economics, e Nikolaus Wolf, capo economico alla Humboldt University di Berlino. I due accademici hanno recentemente dimostrato, grazie ad un algoritmo da loro creato, che la ricchezza si sta effettivamente concentrando non solo in mano di pochi ma anche in certe aree urbane a discapito delle aree interne. In “The return of regional inequality: Europe from 1900 to today”, Rosés e Wolf tracciano la direzione della ricchezza: da metà degli anni Ottanta si dirige in mano a chi detiene conoscenza che spesso vive nei centri della globalizzazione, ben lontani dai ‘piccoli’ comuni.

I risultati dello studio di Rosés e Wolf, applicati in particolare al caso italiano, sono il centro di un interessante articolo uscito su L’Espresso (15 maggio 2018), in cui si ricordando, tra gli altri, quattro comuni della provincia di Verbano Cusio Ossola, che separa il Piemonte dalla Svizzera. Cavaglio-Spoccia, Gurro, Falmenta e Cursolo-Orasso detengono il record nazionale con una ricchezza pro capite di 5.568 euro l’anno (meno 24 per cento rispetto a due anni fa). Questi comuni, dove la gente viveva sino a qualche decennio fa di coltivazione e allevamento, si trovano a fronteggiare il rischio spopolamento, con forti flussi emigratori verso il Ticino. Oggi in Val Cannobina i servizi scarseggiano, anzi sono assenti: allo spopolamento è seguita la chiusura delle scuole e asili, del pronto soccorso, della banca e del supermercato. Le strade sono poi spesso impraticabili in seguito a continue e frequenti frane.

Il problema dello spopolamento e, correlato al primo, il problema dell’invecchiamento della popolazione ‘che resta’, sono temi molti sentiti anche in un’altra zona confinante al Ticino, quella del Cantone dei Grigioni e in particolare la parte di lingua italofona. Nel Moesano e più ancora in Val Poschiavo e Bregaglia, la fuga dei giovani è evidente e preoccupa perché in crescita, soprattutto a causa di infrastrutture assenti o inadeguate. È recente la proposta di istituire un unico centro regionale a Semedan, che si trova a soli 40 chilometri da Poschiavo con però di mezzo il passo del Bernina!

C’è di più. Rosés sottolinea la rischiosa tendenza dei capitali ad accentrarsi nelle città più forti (in Svizzera si pensi a Zurigo, Ginevra, ad esempio; in Spagna a Barcellona, in Italia a Milano) a discapito non solo dei centri rurali ma anche di quelli industriali. Il fenomeno va ad aggravare lo scontro tra l’avanzamento dei luoghi dove ‘risiede’ la ricchezza e l’arretratezza culturale assieme al disagio socio-economico caratterizzante le zone periferiche. In Inghilterra, è a Londra che si concentra il 20 per cento delle società che al mondo si occupano di programmazione e informatica. E il fatto che la gente di Manchester, Leeds, Sheffield tenda a votare contro qualsiasi iniziativa appoggiata da Londra è spiegato da Rosés proprio come “vendetta dei luoghi marginali, che non sono stati toccati dalla crescita”, Brexit inclusa. Sempre in questa prospettiva di tensione centro-periferia si può leggere il voto ai Cinque Stelle e alla Lega venuto dalla rossa Emilia Romagna, dove le industrie sono messe ‘ai ferri corti’ da globalizzazione e nuovi centri di conoscenza.

Finanziamenti a pioggia, creazione di infrastrutture fantoccio, clientelismi a favore di politici locali poco fanno se non generare malcontento e aumentare il disagio economico e sociale, rimandando necessarie politiche di coesione sociale.

Eppure alcuni esempi virtuosi ci sono. In Italia, cita sempre L’Espresso (15 maggio 2018), il progetto Snai Italia lanciato per primo da Fabrizio Barca, sostenendo un metodo bottom up, dal basso verso l’alto, sta dando ottimi risultati in un numero di regioni periferiche perché si punta a sviluppare programmi specifici per zone diverse tesi a valorizzare le singole peculiarità geografiche.

In Svizzera dal 2016 è partita la seconda fase della nuova politica regionale (NPR), a sostegno dello sviluppo economico delle regioni di montagna, delle aree rurali e delle zone di frontiera svizzere. Le priorità della NPR sono il settore industriale – in particolare la promozione dei Sistemi di innovazione regionale (RIS) – e il turismo. Guardando al Ticino e ai Grigioni Italiani, ad esempio, si può citare la fondazione AGIRE che “coordina, su incarico del Cantone, il sistema regionale di innovazione (SRI) della Svizzera meridionale, uno dei sei SRI presenti in Svizzera. AGIRE, la cui sede di trova nel parco dell’innovazione “Tecnopolo Ticino” (Manno), sostiene le PMI e le neoimprese del Ticino e della parte italiana dei Grigioni e collabora strettamente con gli istituti di ricerca e i parchi tecnologici della confinante Italia.”

(https://regiosuisse.ch/sites/default/files/2017-09/seco-nrp-it.pdf).

Questi esempi virtuosi di qua e di là dalle Alpi suggeriscono che coordinando le misure territoriali, sfruttando risorse locali e potenziando sinergie nel territorio, l’impoverimento socio-economico e culturale che dilaga oggi a macchia di leopardo non può essere dichiarato vincitore. Non ancora.

 

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