Data odierna 24-09-2017

“In Italia ha preso il via una campagna elettorale in cui tutta una serie di nodi dovranno necessariamente venire al pettine. Per questo l’Europa ci guarda. Sarà il nostro paese ancora il...

Narducci: L’ora della verità e le ambiguità della campagna elettorale italiana

“In Italia ha preso il via una campagna elettorale in cui tutta una serie di nodi dovranno necessariamente venire al pettine. Per questo l’Europa ci guarda. Sarà il nostro paese ancora il ventre molle dell’Unione oppure rafforzerà la tendenza dell’ultimo anno a divenirne un pilastro? Sarà messa definitivamente in soffitta la seconda Repubblica, si costruirà un sistema bipolare funzionante, oppure si continuerà con la pletora di partitini e movimenti che animano la scena politica?

E, soprattutto, sarà in grado la “politica” di assumersi seriamente la responsabilità di guidare il paese fuori da ogni demagogia, populismo e spettacolarità?”. A chiederselo è Franco Narducci, deputato Pd eletto in Europa, candidato del partito alle prossime elezioni, che firma questo articolo per il quindicinale di Zurigo “Il Corriere degli italiani”.

“Questioni di non poco conto, – continua Narducci – ad esempio per la Gran Bretagna, in cui ogni giorno di più si rafforza la corrente che la vorrebbe fuori dall’Unione, col rischio di essere imitata da altri paesi, come Olanda e Danimarca, che non nascondono di voler rivestire all’interno del sistema europeo un ruolo analogo a quello della Svizzera o della Norvegia. O, in subordine, se non regge l’Italia, potrebbe riguadagnare terreno anche la vecchia idea dell’Europa a due velocità, con il Sud fuori dall’Euro. Tanti interrogativi, dunque, ai quali si accingono a dare una risposta le parti in causa. Non senza una serie di ambiguità. Soprattutto quelle relative alla capacità dei partiti di porsi come pilastri della democrazia come lo sono in tutti le nazioni del mondo occidentale, in cui esistono da decenni, al punto tale che la democrazia si è identificata con essi”.

“In realtà, – argomenta il deputato – in Italia, solo una formazione politica, nella seconda Repubblica, ha intrapreso il cammino per la costruzione di un partito di stile anglosassone, il Partito Democratico. Esso è simile all’omonimo americano e al laburista inglese ma anche al socialdemocratico tedesco. Come i grandi partiti cui s’ispira, il PD raccoglie al suo interno le molte anime progressiste del paese – riformiste, cattoliche e liberaldemocratiche – che compongono il centrosinistra, spesso distanti ideologicamente tra loro, soprattutto in materia di diritti civili. Altrettanto dicasi delle espressioni sindacali che convivono con quelle ambientaliste, i cui interessi confliggono non poco quando si tratta di fare scelte in materia di tutela del lavoro e dell’ambiente. Tuttavia all’interno del partito si riesce a trovare sempre una sintesi, analogamente a quanto accade nel partito democratico americano.

Analogo percorso sembrava aver intrapreso il PDL, collocandosi all’interno del Partito Popolare Europeo, accanto agli altri partiti di centro, in particolare l’UDC. Tuttavia l’eccesso di personalizzazione e la proprietà di Silvio Berlusconi, hanno fatto sì che non appena calasse la tensione e la popolarità del suo leader, questa formazione politica abbracciasse la deriva del populismo e del velleitarismo e su di esso, in qualche modo, venisse un alt da parte della stessa casa madre europea, che non a caso indicava Mario Monti come la sua più genuina espressione”.

Per il parlamentare, quindi, “i partiti hanno bisogno di essere spersonalizzati se vogliono conferire un carattere di maggiore universalità al loro messaggio. Su questa strada si sono messi da tempo un po’ tutti nel panorama politico italiano, togliendo dalle insegne il nome del candidato presidente. Questa caratteristica, invece, è rimasta paradossalmente proprio nello schieramento che si è presentato sotto il nome di Mario Monti, ossia della persona da cui meno ci si sarebbe aspettato una tale personalizzazione. Ne sono nate così alcune ambiguità, la prima delle quali consiste nel fatto che se, da un lato, l’iniziativa di Monti servirà ad attrarre dalla sua parte voti moderati che altrimenti si disperderebbero oppure, turandosi il naso, potrebbero andare a Silvio Berlusconi e alla Lega, dall’altro lato quella intorno a Monti appare un’aggregazione temporanea, non in grado di dare garanzie per il futuro. Ossia un’iniziativa che rimanda a sua volta a un assetto post-elettorale, con un partito moderato costruito sulla falsariga degli omonimi europei”.

“In un certo qual modo – riflette Narducci – questa di Monti è un’ambiguità, che continua a mantenersi in piedi nella misura in cui il leader (che comunque, ambiguità nell’ambiguità, non si mette in gioco elettoralmente, perché senatore a vita) sostiene di non volersi schierare con nessuno dei partiti in lizza, anche se tutti sanno che è nella forza delle cose che questo esperimento si concluda con l’alleanza con il centro sinistra, rafforzandone la componente centrista e impedendo che un futuro governo Bersani faccia la fine di Romano Prodi, affossato dalle ali estreme della sua coalizione. Tutti a questo punto hanno da apprendere dalla storia. E più di tutti gli elettori moderati che dovranno stare attenti a non farsi incantare dalle sirene di Berlusconi, che ha messo in moto la macchina delle tivù e dell’auditel, consci che il Cavaliere tanto è brillante in campagna elettorale quanto è insufficiente nell’azione di governo. Così pure, nel PD, le ali estreme e radicali dovranno pensare che il paese va governato facendosi carico non solo della realtà effettuale ma anche delle istanze più diverse, comprese quelle che piacciono di meno e che alimentano inutilmente contrapposizioni sociali (le ultime analisi ministeriali, per esempio, hanno dimostrato che, a fronte di un grande gettito IMU, gli introiti derivanti dalla lotta all’evasione fiscale e le tasse sui ricchi sono stati poco rilevanti)”.

“L’augurio – continua Narducci – è che a una grande vittoria della coalizione guidata dal PD si accompagni il successo di una forza politica che si ponga sulla scia del partito popolare europeo, rendendo così possibile la stabilizzazione del sistema politico italiano. Perché i poteri carismatici, come ci ha insegnato Max Weber, hanno un senso solo se sono seguiti dalla normalizzazione. Per questo c’è da augurarsi che alla fine della competizione elettorale esca fuori, nell’interesse anche dei moderati, non solo un’aggregazione di partiti interessati a governare l’Italia in questa transizione difficile, ma anche che si costituisca da lì a poco un polo moderato che, assieme e in competizione con quello progressista, si ponga l’obiettivo di far funzionare definitivamente il sistema democratico italiano in termini di alternanza, lasciando alle forze della protesta sociale, ai movimenti ambientalisti, pacifisti, dei diritti umani, ecc., un ruolo di pungolo della società civile e politica. È la risposta – conclude il deputato Pd – che si attendono i cittadini italiani e i giovani che chiedono alla politica una svolta e un cambiamento non formale ma di sostanza per affrontare con fiducia il futuro”.

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