Data odierna 21-09-2017

Oggi, a Roma, si è svolto il seminario del Partito Democratico promosso dal Centro Studi e dal Forum Esteri dal titolo “L’Italia in Europa e nel Mondo. Dove eravamo, dove saremo”. Il seminario...

Oggi, a Roma, si è svolto il seminario del Partito Democratico promosso dal Centro Studi e dal Forum Esteri dal titolo “L’Italia in Europa e nel Mondo. Dove eravamo, dove saremo”. Il seminario si è aperto con la relazione di Massimo D’Alema che ha trattato il tema della “nuova funzione internazionale dell’Italia” per poi proseguire, prima delle conclusioni del Segratrio nazionale del PD, Bersani, con gli interventi di Lucio Caracciolo, direttore di Limes, di Marta Dassù, Aspen Institute, Pier Andrea Chevallard, direttore dell’Unione delle Camere di Commercio della Lombardia, di Pier Carlo Padoan, vicesegretario generale dell’OSCE, della giornalista Lucia Annunziata, di Renzo Guolo, docente all’Università di Padova, di Piero Fassino, Responsabile del Forum Esteri del PD, di Pierluigi Castagnetti, parlamentare PD, Di David Sassoli, Presidente delegazione PD al Parlamento Europeo, di Lapo Pistelli, Responsabile relazioni internazionali del PD, di Monica Frassoni, Presidente del Partito Verde Europeo, di Llouis De Puig, Senatore spagnolo e di Franco Narducci, vicepresidente della Commissione esteri della Camera che ha sottolineato come “qualsiasi progetto politico che voglia affrontare in maniera attiva la questione della proiezione internazionale dell’Italia non possa prescindere dal considerare il ruolo prezioso assunto dalle comunità italiane nel mondo sino ad oggi”.

Di seguito l’intervento integrale dell’on. Narducci avente per tema: La proiezione internazionale dell’Italia ed il ruolo delle comunità  italiane all’estero.

“Io credo che qualsiasi progetto politico che voglia affrontare in maniera attiva la questione della proiezione internazionale dell’Italia non possa prescindere dal considerare il ruolo prezioso assunto dalle comunità italiane nel mondo sino ad oggi, ed il possibile ruolo che in prospettiva esse potranno avere in un contesto globalizzato e competitivo, dove altri Paesi vedono le proprie comunità come vere e proprie “teste di ponte” per allargare la propria influenza e volgere a proprio vantaggio il libero commercio regolato dal WTO.

Nelle comunità italiane all’estero (4, 3 milioni di italiani che vivono e lavorano fuori dal nostro Paese e 60 milioni di persone con origini italiane) ritroviamo il portato della cultura italiana e delle tradizioni legate ad uno stile di vita molto italiano, che crea comunicazione  e contribuisce al successo del made in italy nel mondo.

Viviamo in una società globalizzata in cui i movimenti umani hanno raggiunto un’intensità mai conosciuta prima e dove le reti costituiscono un elemento di primo piano per essere vincenti sullo scenario internazionale, tanto più è dunque necessario valorizzare in “termini di rete” la ricchezza costituita dalle comunità italiane all’estero, di cui è espressione viva il patrimonio associazionistico (il Ministero degli esteri calcola che sono presenti all’estero oltre 10’000 associazioni  costituite nel corso di oltre un secolo), frutto del lavoro di generazioni di emigrati e che avrà un ruolo decisivo anche in futuro se torniamo a pensare, a credere con fermezza che, oltre ogni questione legata alla querelle politica del momento, l’Italia sia una “civiltà” con la sua storia e le sue gloriose peculiarità ovunque riconoscibili nel mondo assieme a quella particolare cultura che in tanti hanno definito umanesimo.

Allora anche se ci troviamo in un momento storico segnato dalla crisi sociale che cela anche una crisi della visione del mondo, dobbiamo cogliere la grande opportunità, nella consapevolezza della nostra storia, di far fruttare in modo rinnovato questo nostro patrimonio di cultura e di comune sentire, unico al mondo, che ha accompagnato i successi del nostro Paese non solo in quelli sviluppati ma anche in quelli che da pochi anni si sono riversati sulle piazze aperte  del libero mercato e si sono catapultati verso l’occidente.

Sappiamo che nel tempo il made in italy coincide spesso simmetricamente con la percezione che gli stranieri hanno dello stile e gusto italiani, al punto da assumere una centralità strategica sia comunicativa che commerciale tale da qualificarsi come meta-brandpiuttosto che come semplice “marca- territorio”, ed è qui la sfida: nel saper tenere saldo il legame con il prodotto italiano, un prodotto da trattare non solo dal punto di vista economico esponendosi alla concorrenza estrema del mercato globalizzato, ma come incarnazione dell’immagine del vivere italiano nella percezione degli stranieri.

E’ necessario riqualificare gli sforzi indirizzati all’affermazione del “Sistema Italia”, con le sue caratteristiche culturali, linguistiche. Sfruttando le tecnologie della comunicazione elettronica è indispensabile dare un valido supporto alle comunità italiane operanti all’estero.

Ma per fare ciò dobbiamo procedere speditamente a riformare alcuni dispositivi legislativi per rispondere alle mutate esigenze. Riforme per facilitare e semplificare la promozione della lingua italiana nel mondo, passata da un pubblico genericamente interessato alla dimensione culturale, ad un pubblico  mosso da una molteplicità di bisogni connessi alla dimensione economico-produttiva  e  a quella socio-culturale  legata all’immagine positiva del nostro Paese all’estero, nonché all’ammirazione che suscita  ovunque il nostro stile di vita. Vi è la necessità di riformare la rete degli Istituti Italiani di Cultura.

Mentre la Francia si appresta a riformare la diplomazia culturale realizzando una vera e propria rivoluzione con grandi conseguenze sul piano della promozione della Francia nel mondo, l’Italia non riesce neanche a fare un dibattito serio e di prospettiva su quanto è necessario fare per risollevare la sua “immagine” nel mondo. Occorre mettere in campo strategie complesse, non unidirezionali, capaci di coniugare la promozione del patrimonio artistico e culturale con la promozione del nostro sistema economico e produttivo.

E’ certo che la Francia l’ha già capito ed è pronta a porre in essere una vera e propria diplomazia culturale, un soft power sotto il vessillo dell’Institut Victor Hugo. L’Istituto che sarà il nuovo simbolo della Francia in giro per il mondo, in più di 150 paesi, come già avviene per la Spagna con il Cervantes, per la Germania con il Goethe, per l’Inghilterra il British Council ed ora anche per la Cina con il Confucius. Sono convinto che anche all’Italia occorra uno smart powerdi influenza al pari dei Paesi più in vista sullo scenario globale, uno strumento avanguardia della diplomazia che sta contagiando anche il Giappone, la Corea, Taiwan ed anche l’India ed il Brasile, protesi a ridefinire le nuove strategie di smart power.

Come si vede è già  iniziata una nuova battaglia per la presenza culturale nello scenario globalizzato, una battaglia che la terra di Dante non può perdere, sarebbe un grave peccato di omissione e un irreparabile errore di politica economica. Ne dobbiamo assolutamente tenere conto ora che si sta varando una riorganizzazione del Ministero degli affari esteri che tra l’altro punta – con la creazione di un’apposita Direzione Generale – ad una migliore promozione del Sistema Italia nel quadro dell’Internazionalizzazione, con l’accorpamento dell’ICE e altri Enti che fino ad ora hanno lavorato per tale obiettivo.

Una battaglia che non può e non deve fare a meno della forza dei media elettronici italiani all’estero ed in particolare della possibilità di diffondere l’italianità attraverso la radio capace di arrivare ovunque, vale a dire la radio a Onde Corte, unico mezzo che permetta di superare qualunque barriera geografica e tecnologica. Non bisogna mai dimenticare che il tanto decantato web può essere facilmente interrotto e controllato dai governi non amichevoli, la radio no.  La radio a onde corte costa poco, è semplice, e può ricevere anche senza antenne visibili. Pensiamo all’Afganistan, all’Iran, al Sudan; in questi paesi l’Italia può arrivare ovunque solo tramite le Onde Corte.  Pensiamo ad una molteplicità di frequenze Rai in Onda Corta, bilingue a seconda dei paesi che si vogliono coprire, con potenze d’irradiazione di decine di Megawatt, tali da poter essere agevolmente ricevute anche in Africa e Asia.

Occorre ripensare anche il contenuto e il numero di queste reti, vergognosamente rimaste per decenni solo due mentre il mondo cresceva e diveniva più esigente.  Una radio costa meno di un jet, ma colpisce molto più a fondo, e molto più a lungo. Una radio a Onde Corte costa quanto un po’ di spot, non è visibile quanto un sito web, ma è tremendamente più efficace. Come ben sanno la BBC britannica, la radio pubblica tedesca, e RadioFrance che spendono ogni anno decine e decine di milioni per  numerosi canali radiofonici attivi verso l’estero.

E’ urgentissimo adeguare le politiche industriali, della ricerca e della difesa delle comunità italiane agli scenari che si sono venuti a creare con il successo commerciale delle economie dell’Asia orientale che crescono offrendo una abbondanza di lavoro, anche qualificatissimo,  a basso costo,  mentre si riduce ogni giorno  il vantaggio competitivo dei paesi sviluppati, tra cui è l’Italia, e deve destare particolare preoccupazione l’adozione da parte della Cina di strategie di sviluppo orientate all’esportazione, andando a competere in larga misura proprio nel settore manifatturiero, sfruttando come “cavallo di Troia” commerciale proprio le comunità cinesi, come Prato insegna.

E’ evidente che è indispensabile e urgente, per poter ancora competere con qualche speranza di successo, intervenire per ridurre il deficit storico italiano di ricerca e innovazione, evidenziato anche dal Rapporto Annuale dell’Istat per il 2009, che condiziona negativamente la crescita economica e la produttività italiane anche e soprattutto nella  prospettiva della competizione globale. Secondo l’Istat, nel confronto con la media UE l’Italia presenta un ritardo generalizzato in tutti gli ambiti, tanto che la spesa complessiva in ricerca e sviluppo stimata per il 2008 all’1,2% del Pil è molto lontana dalla media europea dell’1,9% e ancor più dal 3% fissato dalla Strategia di Lisbona del 2000 e confermata dalla “Strategia Europa 2020” dell’UE per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Nelle imprese, poi, il numero di ricercatori fulltime è aumentato solo del 14% dal 1990 al 2008, contro il 40% della Germania.

E’ inutile illudersi ancora di puntare sulla Ricerca privata, analoga ai modelli validi in altri paesi. L’Italia dei grandi uomini del sapere scientifico seguì allora una sua via dalla ricerca alla scienza, dalla scienza alla tecnica, dalla tecnica all’impresa, e codesta è la via italiana da seguire  per compensare i deficit di meritocrazia, di lavoro, di riconoscimenti, anche economici, verso i nostri giovani scienziati e tecnici  nelle nostre Università e nei nostri Centri di ricerca. Questo tragico cumulo di deficit porta, da decenni, come scontata conseguenza la scelta di quasi tutti i ricercatori scientifici giovani e promettenti, ma senza legami di parentela o di cordata, di emigrare anch’essi unendosi al filo mai interrotto degli emigrati italiani all’estero.

Sicuramente le celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia esalteranno la nostra storia, il nostro grande passato, la nostra ricca cultura. Dobbiamo, qui ed oggi, agire uniti per costruire un nuova storia, una  cultura sempre più ricca, un  grande futuro.”

Oppure condividila!

Piaciuta la notizia? Forse ti può interessare..

Lascia un commento

Invia il commento