Data odierna 25-09-2017

In questi giorni referendari, il voto all’estero è tornato alla ribalta anche sulla stampa nazionale che se ne è occupata soprattutto all’indomani della sentenza della Cassazione, che ha dichiarato...

In questi giorni referendari, il voto all’estero è tornato alla ribalta anche sulla stampa nazionale che se ne è occupata soprattutto all’indomani della sentenza della Cassazione, che ha dichiarato ammissibile il quesito nucleare, e, a ridosso delle votazioni italiane, quando non si aveva certezza del raggiungimento del quorum.

A scrivere sulla questione anche Pierluigi Battista che, sul Corriere della Sera di domenica scorsa, ha pubblicato un articolo dal titolo “Il pasticcio degli italiani “stranieri”. Dalla sfida di Tremaglia al caso Pallaro”, nel quale scrive, tra l’altro, che sul voto estero si è creato un “triplice pasticcio”, compresa “la richiesta troppo tardiva di non calcolare il voto all’estero per il quorum. E il rischio che tutto vada per aria se un ricorso sulla regolarità di quel voto venisse accolto. Altro che riconciliazione, altro che indistruttibile amore tra la Patria e i milioni di connazionali che abitano lontano ma non dimenticano il loro cuore tricolore. Neanche degni di un quorum, vengono considerati”.

L’articolo non è sfuggito ad Eugenio Marino, responsabile Pd per gli italiani nel mondo, che ha scritto al quotidiano, che pubblica oggi la sua replica.

“In riferimento all’articolo di Pierluigi Battista a proposito del voto degli italiani all’estero e dei pasticci ad esso collegati, – scrive Marino – è vero che domenica esisteva il rischio che l’esito del referendum si complicasse per colpa del Governo e dal suo malestro tentativo di cambiare, a referendum già avviato, le norme che si volevano abrogare, con l’effetto di dovere ristampare le schede sul quesito per il nucleare. Siccome i tempi non hanno consentito la ristampa anche per l’estero, allora si metteva in discussione la validità del voto già espresso sulle vecchie schede dai cittadini italiani nel mondo”.

“Ma – prosegue – se è vero che esistevano delle preoccupazioni, è tuttavia importante sottolineare che esse non derivavano dalla modifica costituzionale che ha introdotto la Circoscrizione estero e il voto per corrispondenza (come spesso si lascia intendere), poiché i cittadini italiani all’estero hanno il diritto di voto fin dal 1948 e, quindi, sono sempre stati conteggiati ai fini del quorum. Non hanno mai esercitato in massa questo diritto per le ovvie difficoltà a recarsi in Italia per votare e quindi, fino al 2003, è stato più difficile rispetto ad oggi raggiungere il quorum”.

“Gli italiani all’estero hanno cominciato a votare per corrispondenza dal 2003, in occasione del referendum sull’articolo 18. certo, votarono in pochi, ma pur sempre voti in più rispetto alle volte precedenti e voti che aiutavano al raggiungimento del quorum. Esattamente come avviene ora. Ogni voto di italiani all’estero – sottolinea Marino – è dunque un voto in più e un aiuto al quorum rispetto a quanto sia avvenuto dal 1948 al 2003. dunque, è stato politicamente errato sottovalutare questo voto o cercare addirittura di metterlo sotto accusa e in discussione per abolire la circoscrizione estero e la rappresentanza dei 18 parlamentari eletti tra gli italiani all’estero (che poi è il vero obiettivo dei detrattori del voto per corrispondenza introdotto nel 2011)”.

“Chi va invece messo sotto accusa e in discussione – scrive, critico, Marino – è proprio chi, dal 2011 ad oggi, pur sapendo perfettamente che questo voto c’è, non ha mai fatto nulla di concreto per garantirlo e renderlo davvero accessibile a tutti, migliorando l’Aire e aumentando l’informazione verso in connazionali all’estero, così come chiediamo in tutte le sedi già dal 2001″.

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