Data odierna 20-09-2017

“Da questo numero iniziamo una riflessione sul fenomeno della cosiddetta “fuga dei cervelli” di cui si parla molto in Italia. sempre più giovani laureati, alla fine del loro percorso...

La rivista (Svizzera): talenti altrove: Umberto Braghero – di Chiara Rinaldi

“Da questo numero iniziamo una riflessione sul fenomeno della cosiddetta “fuga dei cervelli” di cui si parla molto in Italia. sempre più giovani laureati, alla fine del loro percorso formativo decidono di varcare i confini nazionli per un’esperienza di lavoro all’estero.

E sempre più spesso ci rimangono. Cercheremo di approfondire questa tematica attraverso le voci di chi ha fatto questo passo ed è riuscito ad eccellere in un altro paese, nel nostro caso la Svizzera”. Così Chiara Rinaldi presenta “Talenti altrove”, rubrica che questo mese ha debuttato su “La Rivista”, mensile della Camera di Commercio Italiana in Svizzera diretto da Giangi Cretti.

“Iniziamo il nostro percorso con Umberto Braghero, un professionista del settore finanziario, in Svizzera da ormai 12 anni. Umberto ha lasciato l’Italia dopo essersi laureato presso l’università Bocconi di Milano per lavorare nel settore finanziario, in particolare nell’asset management. Ha sviluppato la sua carriera dapprima presso un istituto anglosassone con base a Zurigo, per poi integrare due anni fa un rinomato istituto svizzero nella stessa città. Umberto si occupa con il suo team di sviluppare e mantenere i rapporti con la clientela privata e istituzionale in Svizzera e in Europa.

“Emigrato convinto”, come si definisce lui, cinque anni fa ha deciso di metter su famiglia e da un anno e mezzo è diventato papà di un bel maschietto.

D. Come mai in Svizzera?

R. Dopo l’università ho sentito la necessità, sia per studio che per vocazione, di fare un’esperienza di lavoro all’estero. Una scelta fatta non solo per motivi economici, dato che gli stipendi all’estero erano molto più alti (anche se il divario non era così elevato come lo è ora), ma soprattutto perché nel settore finanziario, questa era praticamente una scelta obbligata. La destinazione più comune era Londra, ma ho scelto di mandare anche il mio curriculum in Svizzera. Grazie a uno stage fatto precedentemente presso la filiale italiana di questa banca, alla fine ho avuto un’offerta di lavoro proprio qui a Zurigo. E poi per una combinazione di fattori ci sono rimasto.

D. Quali sono questi fattori?

R. Il forte disincentivo a rientrare e fare questo lavoro in Italia è diventato sempre più chiaro. I fattori sono principalmente due, quello meritocratico e quello retributivo. Nel sistema internazionale e in particolare anglosassone si dà la possibilità ai giovani di fare molto di più e di essere ricompensati in conseguenza. Le responsabilità che un giovane può avere all’estero sono molto più alte a parità di età. E questa disparità è ancora più alta nell’industria. Ho amici di 30-33 anni che sono direttori di unità o hanno posizioni ancora più senior. Posizioni che in Italia sono accessibili solo sopra i 45 anni, senza parlare delle remunerazioni: non si tratta di un 20-30% di differenza, ma di due o tre volte (100-200% in più rispetto allo stipendio italiano per una posizione analoga – ndr).

D. Che cosa servirebbe all’Italia per incentivare i giovani a rientrare?

R. Con la situazione attuale ancora più in declino, bisogna che un paese possa offrire altro. È chiaro che i giovani si trovano meglio nei paesi con situazione economiche migliori, dove c’è un sistema fiscale valido e maggiori possibilità di crescita. La mia impressione, dall’esterno, è che l’Italia abbia bisogno di un mercato del lavoro molto più flessibile, con meno tutele per “il posto fisso” e con la possibilità di dare maggiori responsabilità ai giovani se sono meritevoli. Altrimenti non sarà mai possibile offrire un contratto a durata indeterminata a qualcuno con il rischio di doverlo tenere a vita. I nuovi strumenti creati, i vari co.co.co o contratti a progetto o quant’altro, sembrano invece dei boomerang. In teoria offrono la possibilità alle imprese di mettere alla i giovani prima di assumerli, ma in realtà sembrano essere solo strumenti per avere manodopera a poco costo e i giovani vengono facilmente sostituiti l’uno con l’altro senza poter imparare molto. I paesi in cui il mercato del lavoro è più flessibile permettono a chi è preparato e motivato di trovare lavoro molto più facilmente ed offrono molte più possibilità di crescita. Ad esempio qui in Svizzera il giovane è consapevole che può essere licenziato in qualunque momento, ma sa anche che se fa un buon lavoro può restare. Mentre in Italia anche se fa un buon lavoro, gli verrà forse offerto un altro contratto a tempo determinato oppure proprio niente. A parte la situazione dei laureati, in Italia c’è anche il problema delle scuole professionali. Non tutti devono essere laureati, ma la formazione professionale deve essere valida e riconosciuta, come nei paesi di lingua tedesca. In Italia, nessuno vuole mandare i propri figli in un istituto professionale, tutti devono andare al liceo. Mentre, molto spesso, i giovani avrebbero migliori opportunità, anche a livello retributivo, in un sistema educativo professionale, meglio di 5 anni di liceo e 5 di università per uscire su un mercato dove la concorrenza è estrema e le opportunità limitate. Un altro punto da considerare sono le famiglie e il ruolo dei genitori. Al giorno d’oggi bisogna cominciare a pensare al mercato del lavoro intorno ai 12-13 anni: le lingue, l’informatica, gli scambi all’estero, i lavoretti… Le famiglie devono spingere i figli ad avere queste esperienze che saranno ricompensate quando il giovane dovrà scrivere il suo primo curriculum. A 23-24 anni è troppo tardi per fare queste esperienze.

D. Sei a conoscenza della recente legge italiana per favorire il rientro dei giovani dall’estero?

R. Ne ho sentito vagamente parlare, ma non essendo interessato, non ho approfondito. E non ho ricevuto nessuna comunicazione dal consolato. Avendo i registri dell’AIRE (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero) i consolati potrebbero segmentare i dati e mandare informazioni mirate agli iscritti. Comunque questa legge è un passo significativo, perchè mostra che c`è la consapevolezza del problema. Ma essendo ora la situazione cambiata in peggio, se non ci sono forti motivazioni personali a rientrare, è difficile che abbia dei risultati. Oggi la Svizzera è ancora più attraente di prima e anche tutti gli altri paesi con un PIL. (Prodotto Interno Lordo) in crescita. In questi ultimi dodici mesi, la situazione è peggiorata in tutto il sud dell’Europa e se la situazione poteva essere favorevole al rientro fino a non molto tempo fa, adesso il trend è senz’altro tornato a favore dell’esodo.

D. Consiglieresti la Svizzera?

R. L’integrazione non è facile, soprattutto nella Svizzera tedesca. Ma Zurigo è una città molto accogliente, internazionale e cosmopolita. Anche se è una città piccola, permette di vivere un’esperienza veramente internazionale, molto di più delle nostre grandi città italiane, incluse Roma e Milano. Quindi per chi viene qui è ancora più difficile rientrare. Chi ha ambizioni di crescita professionale non può restare confinato in Italia, ma deve andare all’estero e eventualmente rientrare in Italia dopo i 45 anni, quando anche in Italia può aspirare a posizioni senior. Per i giovani tra i 25 e i 45 anni la differenza con l’estero è troppo importante sia a livello di carriera che a livello retributivo. Lo stesso discorso vale anche per i non laureati. La generazione dei mille o mille e cinquecento euro al mese, cioè in Italia i giovani tra i 25 e i 35 anni tra un contratto precario e l’altro, facendo il sacrificio di trasferirsi all’estero potrebbero ottenere molto di più sia in termini di carriera che in termini di retribuzione, ma forse è meglio che non si sappia troppo, altrimenti ci sarebbe un esodo di massa. Qui non stiamo parlando soltanto del top 2-3% dei laureati che vanno a lavorare in famosi centri di ricerca in giro per il mondo, qualunque giovane italiano avrebbe maggiori possibilità all’estero.

D. Rientrerai in Italia?

R. Sono un emigrato convinto, ma non si sa mai…”.

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