Data odierna 23-09-2017

“Cambiare la legge sul voto all’estero è la priorità delle priorità”: così il segretario generale Elio Carozza ha introdotto il tema all’ordine del giorno dell’ultima sessione di...

La riforma del voto all’estero è la vera priorità: il dibattito alla plenaria del Cgie

“Cambiare la legge sul voto all’estero è la priorità delle priorità”: così il segretario generale Elio Carozza ha introdotto il tema all’ordine del giorno dell’ultima sessione di assemblea plenaria. Una considerazione condivisa dai colleghi del Cgie che hanno dato vita ad un dibattito nel quale hanno ribadito i correttivi necessari alle procedure di voto.

Sullo sfondo, il recente ddl Berlusconi-Bossi, che riduce a cinque gli eletti all’estero e solo alla Camera, e la proposta del Pd, presentata sia alla Camera che al Senato dai capigruppo Franceschini e Finocchiaro, ma di cui non è ancora cominciato l’esame.

Il ddl del Governo, ha accusato Carozza, “è molto superficiale”, al contrario “il testo del Pd obiettivamente risponde alle proposte che abbiamo avanzato nei mesi e anni scorsi”. Il punto, per Carozza, è stringere i tempi, sia che si vada a elezioni anticipate, che si arrivi al 2013. “In ogni caso abbiamo bisogno di una legge che funzioni”.

Dei consiglieri intervenuti a dibattito, Primo Siena (Cile) è stato l’unico a proporre un sistema di voto misto: cioè “voto nei seggi dove i territori lo consentono e la corrispondenza per tutti gli altri. L’importante è garantire che il voto sia al riparo da “indirizzi” esterni”.

Un “doppio meccanismo” impossibile da realizzare, gli ha subito replicato Norberto Lombardi secondo cui cambiare la legge è importante anche per “eliminare quegli elementi dannosi che si trascinano dietro un’immagine negativa della circoscrizione estero, la cui sopravvivenza è legata alle disfunzioni del voto”. Ricordando le mozioni Garavini (Pd), Di Biagio (Fli) e Zacchera (Pdl) ancora in discussione alla Camera, Lombardi ha informato i colleghi che il Viminale ha già inviato delle osservazioni in cui si legge che “il voto per corrispondenza è un voto insicuro e da superare. All’Interno preferiscono i seggi, il che – ha commentato – ci riporterebbe “a caro padre” sul criterio dell’effettività del voto ex art 48 della Costituzione”. Il Cgie, dunque, deve “dare indicazioni, formulare un documento da inviare ai gruppi parlamentari in cui ribadisce la necessità di mettere in sicurezza il voto per corrispondenza”.

Temi, ha ricordato Mario Bosio (Francia), “su cui il Cgie già si è espresso, approvando anche specifici ordini del giorno”. Dagli altri Paesi, ha aggiunto, “potremmo mutuare la formazione del registro degli elettori: in Francia esiste anche il voto per delega”. Insomma, solo gli italiani sono “ossessionati dalla segretezza del voto”. Alternativo al registro degli elettori c’è l’inversione del diritto d’opzione che “fa risparmiare risorse e garantisce una partecipazione al voto interessata”.

Per Carlo Lizzola (Canada) il voto per corrispondenza “fa acqua da tutte le parti” mentre i seggi “non garantiscono l’effettività dell’esercizio del diritto, senza contare che in Paesi come il Canada sicuramente sarebbero vietati. Quindi la mia domanda è: c’è qualcuno che sta considerando seriamente il voto elettronico? Ha un costo ridotto sia per l’organizzazione che per l’esercizio, garantisce segretezza. È più rapido, meno costoso e più sicuro. Ma perché non ne parla nessuno?”.

L’esperienza francese è stata riportata alla plenaria da Gian Luigi Ferretti: “alle prossime elezioni i francesi all’estero eleggeranno i loro primi rappresentanti che questa volta saranno 11. Numero che si aggiorna automaticamente in base a quanti sono i francesi all’estero. Hanno anche l’iscrizione alle liste elettorali: chi si iscrive entro il 31 dicembre può votare per tutto l’anno seguente”. Quanto alle modalità, i francesi “ne hanno a disposizione quattro: seggi, corrispondenza, voto elettronico o per procura, di cui nessuno si scandalizza per il principio “il voto è tuo e ne fai quello che vuoi”. Quindi – ha concluso – non ci incartiamo su come votare, voliamo più alto quando parliamo di voto”.

Per Silvana Mangione (Usa), la proposta presentata dal Pd “contiene tutte le nostre indicazioni, dalla stampa delle schede all’opzione invertita e così via. L’unica che manca è la nostra proposta di fare lo scrutinio Consolati con le dovute garanzie”. Quanto all’ipotesi seggi, Mangione ha ricordato ai colleghi che “noi stessi dicemmo che il “sistema misto” di cui parlava Siena poteva essere valido per certi paesi, ma la Dgiepm allora guidata dall’ambasciatore Benedetti fece un’analisi secondo cui l’ipotesi sarebbe stata inaccettabile per i costi”.

Posto che “chi vota deve avere la consapevolezza di doverlo fare nel rispetto della legge”, per Riccardo Pinna (Sud Africa) la cosa fondamentale è “farsi sentire per la proporzione tra eletti ed elettori, per essere trattati davvero alla pari”. Il consigliere ha quindi riferito che in Sud Africa ci si iscrive all’elenco degli elettori solo una volta: “una volta iscritto il mio diritto a votare non viene più messo in dubbio. Lo possiamo fare pure noi: vai una volta al Consolato, ti iscrivi e non ci pensi più. D’altronde il voto per corrispondenza è l’unico possibile”.

Per Michele Schiavone (Svizzera) la parola d’ordine è “flessibilità”: “l’esercizio del voto all’estero ha delle pecche, ma dobbiamo sforzarci per aggiungere elementi di flessibilità rispetto al modo in cui questo Paese fa esprimere il cittadino all’estero. Abbiamo assistito all’estero a grandissimi vulnus e alla mancata presenza dello Stato. Ecco perché serve flessibilità”.

Il voto per corrispondenza, ha ricordato Dino Nardi (Svizzera), “c’era e c’è ancora in Svizzera e nessuno s’è mai posto il problema se chi vota sia o meno il destinatario del plico. D’altro canto in Italia, davanti ai seggi, non c’è forse il mercato dei voti? È chiaro che il sistema è da migliorare tecnicamente: a cominciare dall’istituzione di commissioni elettorali nei consolati, formate da Comites e grandi associazioni o dalla stampa delle schede in Italia. Ma – ha aggiunto – la serietà di questo voto dipende dall’inversione dell’opzione. Certo, voteremo in pochissimi, ma con cognizione di causa”.

Anche per Augusto Sorriso (Usa)  il voto per corrispondenza “è l’unico modo”. Per il consigliere dovrebbe però essere migliorato il sistema della doppia–busta (materiale elettorale, scheda, cedola di riconoscimento prevista nella proposta del Pd) perché “molti connazionali sbagliano e inseriscono tutto il materiale in una busta e il voto si annulla. Potremmo introdurre una linguetta dentellata coi dati, che poi si stacca allo scrutinio, come fanno nelle lotterie americane”.

Paolo Castellani (Cile) è convinto che “nessun sistema è assolutamente sicuro”, ma che la corrispondenza rimane “l’unico modo percorribile”, anche se in Sud America i connazionali “cambiano spesso domicilio senza aggiornare i Consolati”.

Sarà per questo che in Venezuela di 100mila plichi ne sono tornati indietro votati 20mila? Per Ugo Di Martino (Venezuela) la responsabilità è nel rapporto Consolati-Comuni, più che dei connazionali. Ad ogni modo, ha concluso, “il voto per corrispondenza funziona se i sistemi postali funzionano. Dobbiamo garantire il recapito veloce dei plichi”. Possibilmente all’indirizzo giusto.

Oppure condividila!

Piaciuta la notizia? Forse ti può interessare..

Lascia un commento

Invia il commento