Data odierna 22-09-2017

Mentre nel Pdl incombe ancora la disputa tra i seguaci di Berlusconi e di Fini, si riaprono le polemiche sulle riforme da fare, in particolare sul disegno di legge, elaborato dal Ministro della Giustizia,...

Mentre nel Pdl incombe ancora la disputa tra i seguaci di Berlusconi e di Fini, si riaprono le polemiche sulle riforme da fare, in particolare sul disegno di legge, elaborato dal Ministro della Giustizia, Alfano, che ha lo scopo di ridurre le intercettazioni telefoniche (100.000 all’anno, contro le 20.000 della Francia, le 5.500 dell’Inghilterra, le 3.700 dell’Olanda, le 2.300 della Svizzera e le 1.705 degli Usa, pari ad una spesa annua di 280 milioni di euro); di renderle lecite solo per reati che comportano una pena di almeno 10 anni, esclusi quelli di mafia, terrorismo e corruzione pubblica; di limitarle nel tempo (non oltre 3 mesi); di proibirne la stampa prima della fine delle indagini preliminari.
Com’era prevedibile, già al suo arrivo alla Camera, un anno fa, il testo non era piaciuto: i magistrati ritennero “assolutamente irragionevole il divieto di disporre nuovi ascolti sulla base dei contenuti d’intercettazioni lecitamente acquisite”, e puntarono il dito sul rischio che generi equivoci e intralcino le indagini il limitarle a quando ci sono “evidenti indizi di colpevolezza”. Furono contrari anche i direttori dei giornali, soprattutto i loro editori che, per il previsto reato di “pubblicazione arbitraria”, potrebbero essere sottoposti a sanzioni pecuniarie fino ad un massimo di 465.000 euro (con ciò che ne consegue sul bilancio del quotidiano o del settimanale in questione); in qualche caso, all’arresto (2 mesi; 6 per chi rivela atti coperti da segreto istruttorio).
Le nuove norme furono comunque approvate grazie al voto di fiducia, ma criticate anche dal Capo dello Stato secondo il quale “è, sì, opportuno intervenire in merito, senza però esagerare”. Di conseguenza, aderendo all’invito di Napolitano, prima di passarlo alla commissione del Senato furono apportati alcuni emendamenti al testo: smussati i limiti imposti alla magistratura, rimaneva però immutato il cosiddetto “bavaglio alla stampa”. Decisione derivante anche dalla selvaggia pubblicazione delle “chiacchierate” riguardanti il Capo della Protezione civile, Bertolaso, e, soprattutto, della telefonata del Capo di Governo al responsabile del telegiornale di Rai1, Minzolini, al quale il Cavaliere chiedeva se era possibile, in qualche modo, mettere la museruola ai vari Santoro, Floris e compagnia bella.
All’epoca, i giornali antiberlusconiani avevano preso al volo l’occasione per insozzare Bertolaso e per insistere sul “neofascismo” di Berlusconi, reo di “porre limiti alla libertà di stampa e di opinione”, anche se ciò esponeva a pubblico ludibrio gli interessati, prima ancora che fosse terminata l’indagine istruttoria.
In effetti, da tempo arrivano, dalle sedi giudiziarie alle redazioni dei giornali, atti d’ufficio ancora coperti da segreto istruttorio o avvisi di garanzia: basta ricordare che, nel 1994, gli Italiani, compreso il diretto interessato, seppero dal Corriere della Sera che il Capo di Governo, Berlusconi, era stato inviato a giudizio per corruzione. Inevitabile la decisione di porre fine a tale indegnità con una legge che sarà anche “ad personam”, come molti affermano, ma che indubbiamente può servire ad altri politici, qualora invisi a questo o quel magistrato. Può avere, quindi, una sua giustificazione questa “guerra santa” (definizione di Berlusconi) contro le intercettazioni e la loro pubblicazione.
Alla quale sembrava essersi adeguata anche l’opposizione che però aveva preteso, anche su suggerimento di qualche magistrato, di cambiare la formula “evidenti indizi di colpevolezza”, necessari a far scattare l’ascolto, in “gravi indizi di reità”, sostenendo che, se un reato è stato commesso, ma non si sa da chi, le intercettazioni servono appunto per trovare il colpevole. Da qui il cambio di rotta (compresa quella relativa alle intercettazioni dei parlamentari, regolate dalla legge Boato), pur restando alcuni paletti: l’indagato, infatti, potrà essere intercettato solo sulle sue utenze e su quelle che hanno “un rapporto oggettivamente collegabile alla (presunta) attività criminosa”. In caso contrario, scatta l’inutilizzabilità delle registrazioni: e l’obbligo della non pubblicazione, né letteralmente né per stralci, degli atti giudiziari, ma soltanto riferiti “per riassunto”, con relativa pena pecuniaria o carceraria.
Modifiche che non sono bastate a far ridurre le critiche dell’opposizione: Di Pietro minaccia addirittura di far leggere le intercettazioni in Parlamento, facendole così diventare automaticamente pubbliche; il Pd, dimenticando che avrebbe voluto emanare un testo similare, quando gli intercettati erano Prodi, Mastella o D’Alema, sostiene che “in questo modo si limitano le indagini e si mette il bavaglio alla stampa”. Come andrà a finire lo si saprà solo tra un paio di mesi – dissidio Fini/Berlusconi permettendo -, l’iter parlamentare prevedendo la votazione a maggio al Senato e a giugno di nuovo alla Camera.
È evidente che sia necessario un maggior controllo delle intercettazioni per impedirne, tra l’altro, la pubblicazione di quelle che “fanno comodo” all’opposizione, di qualunque colore essa sia, e ai magistrati che se ne servono per incastrare i politici non graditi. Ma è vero anche che, finora, non si è mai trovato, quindi punito, il colpevole principale, cioè chi passa di soppiatto le informazioni alla stampa. D’accordo, sarà difficile individuare chi, dagli uffici giudiziari, fa la spia: ma perché non punire, al posto dei giornalisti, il magistrato titolare dell’indagine che non ha saputo, o ha finto di non sapere, difendere il segreto d’ufficio? Domanda che meriterebbe risposta dagli addetti ai lavori. (egidio todeschini)

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