Data odierna 22-09-2017

- “Tenere maggiormente conto delle direttive europee nell’insegnamento della lingua e della cultura italiana”. Questo l’invito del Coordinamento Estero del sindacato Confsal Unsa, che oggi...

Insegnanti italiani all’estero / La CONFSAL UNSA invita ad abbassare i toni

- “Tenere maggiormente conto delle direttive europee nell’insegnamento della lingua e della cultura italiana”. Questo l’invito del Coordinamento Estero del sindacato Confsal Unsa, che oggi torna sul “caso” insegnanti italiani all’estero che vede la Cgil Scuola contro il senatore Pd Claudio Micheloni.

L’ultimo intervento di Domenico Pantaleo, Segretario generale della Federazione Lavoratori della Conoscenza CGIL, per la Confsal Unsa “ha raggiunto livelli mai visti di disinformazione, d’inasprimento di linguaggio e di strumentalizzazione del ruolo sindacale, mai come ora palesemente degradato a cieco difensore di vantaggi e di privilegi non più sostenibili dalle casse ormai vuote del nostro Paese. Mentre il segretario della Federazione Lavoratori della Conoscenza CGIL invoca i politici impegnati a favore delle collettività italiane all’estero (nel suo mirino il Senatore Micheloni e l’Onorevole Narducci) “Ma per favore facciamola finita con i trucchetti da bassa politica”, suggerisce con doppiezza ai genitori italiani che il mancato impiego di personale inviato dall’Italia all’estero significherebbe la fine dei corsi di lingua e cultura italiana”.
“Il Segretario Pantaleo – controbatte la Confsal Unsa – rasenta spesso la calunnia, mettendo in dubbio capacità e correttezza degli enti gestori dei corsi, provocando numerose dimissioni dal suo sindacato così motivate: “la Federazione Lavoratori della Conoscenza CGIL si sta trasformando in uno strumento di conservazione, piuttosto che di crescita e di cambiamento in positivo della società”. Nelle stesse lettere di dimissioni si legge: “la CGIL scuola sembra non accorgersi che non siamo più negli anni ’70 del secolo scorso e che le due ore settimanali d’Italiano riguardano un insegnamento che non può essere ancorato in schemi didattici puramente nazionali, dimenticando che si parla di livello elementare e medio, non certo universitario”. Nel frattempo, il Segretario Generale dei “Lavoratori della Conoscenza” disconosce la direttiva CE che regola a livello europeo l’attività svolta sinora da buona parte dei suoi patrocinati”.
Il sindacato ricorda che “la Direttiva del Consiglio n. 486 del 25 luglio 1977, relativa alla formazione scolastica dei figli dei lavoratori migranti, stabilisce, infatti, all’articolo 3 che “(…) gli Stati membri ospitanti adottino, in cooperazione con gli Stati membri d’origine, le misure appropriate, atte a promuovere l’insegnamento della madrelingua e della cultura del paese d’origine dei figli di questi lavoratori (…)”. L’insegnamento dell’italiano – commenta il coordinamento esteri della Confsal Unsa – è quindi chiaramente collocato all’interno delle scuole del Paese ospitante e di quei sistemi formativi e può essere egregiamente svolto solo da personale che conosce la lingua del posto e il suo sistema scolastico. I “Lavoratori della Conoscenza” CGIL farebbero bene a chiedere ai nostri politici (invece di denigrarli) di rendersi portavoce del contenuto della Direttiva Europea con interventi e pressioni sui paesi ospitanti, affinché essi si attengano al suo dettato proprio in questi momenti di gravi tagli sugli interventi scolastici per i figli degli italiani all’estero. La CGIL scuola – accusa ancora il sindacato – si ostina invece a perpetuare lo status quo di un sistema ritenuto obsoleto e costoso ormai da tutti: dalle comunità italiane all’estero, dagli organismi che le rappresentano (CGIE, Comites, Associazioni, Enti gestori), dai Parlamentari da esse elette e dallo stesso Governo. Solo la Federazione Lavoratori della Conoscenza CGIL si erge ancora a difesa di questa “cittadella del privilegio”, in una logica palesemente corporativa”.
Concludendo, il Coordinamento Esteri della Confsal-Unsa “auspica a sua volta sistemi d’insegnamento dell’italiano all’estero più efficienti, trasparenti, basati su standards scientifici e sostenuti dai Paesi europei e dai Governi di tutti gli altri Paesi che ospitano le comunità italiane. Servizi da rendere a costi accessibili, che non siano rigidi e centralizzati ma flessibili e capaci di corrispondere alle dinamiche nuove delle comunità italiane all’estero. Su questo, ogni sindacato dovrebbe impegnarsi, lasciando stare lotte di retroguardia alla difesa di quei pochi che, tra i figli degli emigrati, hanno trovato il vero Paese dei Balocchi, a scapito degli interessi di una maggioranza (sinora, ancora) silenziosa”.

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