Data odierna 22-10-2017

“Caro direttore, sono passati dieci anni dall’inizio del nostro impegno in Afghanistan, cominciato subito dopo quel tragico 11 settembre. È tempo di bilanci e prospettive. Il bilancio di...

Il ministro Terzi: l’Italia con gli italiani

“Caro direttore, sono passati dieci anni dall’inizio del nostro impegno in Afghanistan, cominciato subito dopo quel tragico 11 settembre. È tempo di bilanci e prospettive. Il bilancio di questi dieci anni, in un contesto così complesso non può essere, è ovvio, sempre linearmente positivo.

La sicurezza non è ancora pienamente garantita (certamente non lo è in maniera uniforme sull’intero territorio), ci vorrà ancora molto per rendere il paese economicamente e fiscalmente autonomo. Ma i segnali di progresso sono anch’essi numerosi ed evidenti, e non possono essere sottostimati”. All’indomani della Conferenza sull’Afghanistan svolta a Bonn, il Ministro degli Esteri Giulio Terzi in questa lettera a “Repubblica” spiega quale sarà la strategia dell’Italia nel Paese.

“L’Afghanistan ha oggi istituzioni democraticamente elette, non ha originato negli ultimi dieci anni attentati terroristici all’estero; con la “transizione” un numero crescente di province e distretti è passato o passerà nei prossimi mesi sotto il controllo diretto delle forze di sicurezza afgane (in pratica il 50% della popolazione), addestrate dai paesi della coalizione internazionale, tra cui I’ Italia. Ancor più importanti sono tuttavia le prospettive. Ed è qui che la Conferenza di Bonn ha segnato un punto molto importante. È stata infatti ribadita la comune consapevolezza dell’importanza di restare impegnati in Afghanistan sul piano civile anche dopo il 2014, quando sarà stato ultimato l’impegno militare della coalizione internazionale. Nessuno intende insomma abbandonare l’Afghanistan al proprio destino, ancora fresca essendo la memoria collettiva di ciò che accadde in quel paese negli anni Novanta dopo l’improvviso ritiro delle truppe sovietiche. Nessuno può permettersi il rischio della ricaduta dell’Afghanistan in una situazione di caos. Un Afghanistan stabile è una precondizione perla sicurezza globale ed europea. In cambio dell’assistenza internazionale l’Afghanistan si è impegnato a portare avanti con responsabilità le riforme interne (mutual credible commitment).

Un Afghanistan stabile e sicuro continuerà ad essere nell’interesse dell’Italia. Il nostro Paese ha fornito in questi dieci anni un contributo di primo piano: oltre 4000 uomini e donne delle nostre forze armate, 570 milioni di aiuti attraverso la Cooperazione del Ministero degli Esteri. Un impegno notevole, che abbiamo sostenuto tenendo conto anche delle nostre primarie responsabilità nei confronti dell’Alleanza Atlantica. L’Italia potrà continuare ad assicurare il proprio specifico contributo in tre aree principali. Innanzitutto, l’assistenza al consolidamento delle istituzioni afgane. È nostra intenzione costruire sulle numerose iniziative già avviate e finalizzare con l’Afghanistan un partenariato di lungo periodo che ponga al centro la formazione per favorire capacità di governo autonome. Il secondo ambito riguarda lo sviluppo della società civile e la promozione dei diritti. La Conferenza della società civile afgana svoltasi a Roma nel maggio scorso è stata propedeutica alla preparazione anche degli incontri di Bonn. Abbiamo stabilito forti credenziali nella difesa dei diritti delle donne e delle minoranze: dobbiamo continuare perché una società partecipativa e dove i diritti vengono garantiti è anche una società meno violenta e più sicura. Infine dobbiamo impegnarci nello sviluppare la dimensione regionale della stabilizzazione. Un Afghanistan sicuro richiede un vicinato che sia stabile e cooperativo. Due anni mezzo fa, al G8 di Trieste lanciammo l’approccio regionale, cercando di coinvolgere direttamente tutti i paesi vicini, dall’India, al Pakistan, alla Cina, alla Russia, ai paesi centro-asiatici. Il consolidamento di un contesto regionale cooperativo è essenziale per sfuggire ai falsi determinismi storici. L’Afghanistan non è stato sempre terra di guerre o ostaggio di conflitti legati agli interessi di potenze esterne (il “grande gioco”). Un Afghanistan integrato economicamente e culturalmente coni suoi vicini può trasformarsi da problema in opportunità per tutti, inclusa l’Italia. Occorrerà ovviamente recuperare il Pakistan, grande assente a Bonn. L’Italia e l’Unione Europea possono e devono fare di più per associare Islamabad in un dialogo politico indispensabile per una positiva evoluzione del dossier afgano.

C’è insomma un ruolo importante per l’Italia. Questo nostro impegno sarà certamente oneroso. Ma i costi di un disimpegno sarebbero senz’altro maggiori perla nostra sicurezza. Non possiamo permetterci di disperdere quanto di positivo – ed è molto – costruito in questi anni”

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