Data odierna 22-04-2018

Le elezioni politiche del 4 marzo ‘ci’ hanno consegnato un’Italia dove le tradizionali linee di divisione politica sono indebolite tanto da far gridare alcuni alla nascita della Terza Repubblica....

IL DILEMMA DEL PD

Le elezioni politiche del 4 marzo ‘ci’ hanno consegnato un’Italia dove le tradizionali linee di divisione politica sono indebolite tanto da far gridare alcuni alla nascita della Terza Repubblica. Il declino delle tradizionali linee di conflitto politico, ovvero l’evidente indebolimento della destra e della sinistra ‘tradizionali’, è in vero iniziato ben prima della campagna elettorale italiana ed è un fenomeno europeo, che vede i cleavages tradizionali sempre più incapaci di strutturare lo spazio politico nazionale di fronte alla crescente denazionalizzazione, processo che conduce all’indebolimento e alla disarticolazione dei confini nazionali e che, come espressione politica, comporta una etnicizzazione della politica, manifesta nell’accresciuta importanza delle differenze culturali e, di contro, nei problemi che sorgono legati alla (re)distribuzione delle risorse e formazione delle identità̀.

Per coloro che sono stati tradizionalmente protetti dai confini nazionali, l’indebolimento e lo sgretolamento di questi confini comporta una riduzione dei loro spazi d’azione ed opportunità̀ di esistenza. Per altri tuttavia l’apertura dei confine nazionali, la globalizzazione, crea nuove opportunità e la disgregazione non comporta timori economici e culturali. Il politologo Hanspeter Kriesi et al. (2008) osserva che questo nuova divisione (integrazione/indipendenza) tra gli sconfitti e i vincitori della globalizzazione rappresenta un nuovo tipo di antagonismo strutturale che viene politicizzato. Il risultato è una ristrutturazione dello spazio politico, già dagli anni Novanta: lo spartiacque vincitori-perdenti della globalizzazione interseca la divisione economica sinistra-destra e destruttura le tradizionali identità politiche e ideologie. Prendendo l’integrazione europea come esempio di sgretolamento dei confine nazionali, si può osservare come i maggiori partiti di destra e sinistra tendano a considerare la denazionalizzazione  economica inevitabile benché le destre favoriscano un’”integrazione negativa”, mentre le sinistre un’ “integrazione positiva”. Un programma adatto agli sconfitti della denazionalizzazione viene invece offerto dalle periferie politiche – partiti, gruppi di interesse e movimenti sociali. La forza di questa nuova divisione (cleavage) nel ristrutturare lo spazio nazionale dipende da diversi fattori, tra cui il contesto politico esistente, e la forza relativa delle tradizionali linee di frattura.

In Italia il PD che si è andato sempre più definendo in termini centristi, favorendo la capacità della nuova divisione di destrutturare il panorama politico nazionale, che alle ultime elezione politiche ha visto, tra tutti, il M5 confermarsi come primo partito.

Che fare ora? Si domanda il PD. La scelta prevalente sembra essere quella di non appoggiare il M5, di lasciarlo ‘a farsi il suo governo’. È, ovviamente, e soprattutto forse per la ‘base’ del partito, una decisione di cuore. E seguire il cuore a volte paga.

Vale però la pena di chiedersi cos’altro potrebbe fare il PD, guardando cosa ci ha insegnato la storia ‘altrove’ in Europa.

Nello spiegare il posizionamento dei partiti nel sistema politico nazionale, gli studiosi prendono ad esame: (1) la volatilità elettorale e instabilità del sistema partitico, espresso in termini di attaccamento dell’elettorato ai partiti, e misurato dalla percentuale aggregata di elettori che da un’elezione all’altra ha cambiato voto; (2) il sistema elettorale che con i suoi sbarramenti e regole può facilitare o meno il successo politico di nuovi partiti; (3) le strategie, risposte ed eventuale riposizionamento dei maggiori partiti di destra e sinistra vis-à-vis l’emergere di nuovi competitori politici.

Gran parte degli studiosi di scienze politiche trovano conferma empirica del fatto che la convergenza programmatica dei maggiori partiti facilita l’emergere di nuove forze politiche. Tuttavia rimangono profonde differenze nelle risposte dei maggiori partiti. In particolare, nel suo lavoro Meguid (2005) individua tre strategie che i maggiori partiti di destra e sinistra tendono ad adottare nei confronti delle rivendicazioni populiste. Le tematiche e problematiche portate nell’area politica dai partiti populisti o comunque ‘nuovi’ sono sprezzate  e ignorate (dismissive strategy); oppure sono fatte proprie (accomodative strategy); o infine sono apertamente contestate (adversarial strategy). Considerando poi il modo in cui i partiti maggiori si relazionano con i partiti populisti in toto (e non con le loro singole posizioni ad esempio sull’immigrazione e sicurezza), studi evidenziano due strategie: la pubblica stigmatizzazione dei partiti populisti o la scelta di cooperare con loro. In Austria ad esempio l’alleanza di governo tra il partito conservatore ÖVP e i populisti del FPÖ ha portato a permesso al partito di destra di controllare le spinte populiste tramite ‘cooptazione e castrazione’, cooptation and castration (Luther 2003: 150). Lo studio comparato dei sistemi politici di Regno Unito, Svizzera, Germania, Francia e Paesi Bassi condotto da Kriesi et al. (2008) mostra conferma che la strategia accomodante-cooptativa (accomodate and co-opt) viene adattata per lo più in Paesi che hanno un tipo di democrazia consensuale, caratterizzati, tra altri fattori, da governi pluripartitico e ampie coalizioni; sistema politico multipartito con più dimensioni (cleavages) rilevanti; sistema elettorale proporzionale; e forte bicameralismo. Di contro, la strategia del ‘respingere-stigmatizzando’ (dismiss and stigmatize) viene adottata soprattutto nei Paesi che presentano una democrazia di tipo maggioritario, caratterizzato, tra i vari aspetti, da un esecutivo formato per lo più da un solo partito, fusione del potere esecutivo con il legislativo; sistema bipartitico con una sola dimensione rilevante; e sistema elettorale maggioritario.

La scelta del PD (appoggiare o meno un governo 5 stelle) non è affatto ovvia, perché, come si è detto sopra, la strategia da adottare deve essere ponderata alla luce delle specificità istituzionali del caso italiano e anche delle trasformazioni strutturali nella società con conseguente formazione di nuovi cleavages politici. La capacità dei partiti di intercettare nuove divisioni e spinte provenienti dal basso, dall’elettorato, dipende da un numero fattori: il profilo ideologico, la coerenza e coesione di partito, la sua organizzazione e leadership. Ma di sicuro i vertici del PD lo sanno, vero?

 Valeria Camia

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