Data odierna 20-09-2017

Nella seconda sessione pomeridiana dell’Assemblea plenaria a Torino del Cgie è proseguito il dibattito sul processo di integrazione nei vari paesi di residenza delle nostre comunità all’estero....

Nella seconda sessione pomeridiana dell’Assemblea plenaria a Torino del Cgie è proseguito il dibattito sul processo di integrazione nei vari paesi di residenza delle nostre comunità all’estero. Ha preso la parola per primo Alberto Bertali che ha spiegato come la lunga storia di integrazione fra Italia e Gran Bretagna dopo il secondo conflitto mondiale conobbe un risveglio con l’arrivo nel Regno Unito delle collaboratrici domestiche italiane. Bertali, dopo aver segnalato la positiva politica di integrazione posta in atto in Inghilterra che ha portato alla creazione di una società multietnica, ha spiegato come la comunità italiana, anche grazie al welfare avanzato di questo paese di residenza,  non abbia avuto grandi problemi sul fronte dell’integrazione, anche se molti anziani sono rimasti al sicuro nel loro ambiente senza confrontarsi con la società inglese. Per quanto riguarda i giovani Bertali ha precisato come le ultime generazioni non abbiano più il problema della lingua e vedano l’Italia per lo più come un luogo di vacanza. I tanti ragazzi della nuova emigrazione, che vengono in Inghilterra per studiare la lingua o per lavori di alto livello, vivono invece la loro esperienza, secondo il consigliere, come un fatto transitorio.

La complessa storia della presenza italiana in Lussemburgo è stata raccontata da Mario Tommasi che ha precisato come questa esperienza migratoria nasca alla fine dell’800 con l’arrivo dei primi operai e minatori italiani che non avevano diritti lavorativi e venivano sfruttati. Dopo le vicissitudini delle due guerre mondiali, che hanno avuto gravi conseguenze per la nostra comunità, oggi in Lussemburgo sono presenti circa 6.000 connazionali con almeno 70 associazioni italiane che però sono attive solo in parte. “Oggi i giovani laureati italiani della nuova emigrazione – ha spiegato Tommasi – non si iscrivono all’Aire, spesso si spostano in altri paesi e non legano con la nostra comunità stanziale. Molti lasciano l’Italia per necessità e trovano in  Lussemburgo gratificazione professionale ed economica. L’integrazione degli italiani in Lussemburgo – ha concluso Tommasi – si può certamente definire finita per quelli della seconda e terza generazione. Non è però riuscita per gli anziani che molte volte non parlano nemmeno francese”.

Dal canto suo la consigliera Marina Piazzi ha spiegato come attualmente in Messico si contino circa 15.000 italiani a cui bisogna aggiungere almeno 25.000 presenze non ufficiali, cioè non registrate all’Aire, e 300.000 oriundi di cui solo una piccola parte si interessano al riacquisto della cittadinanza italiana. Tante anche le donne laureate della nuova emigrazione che giungono in Messico da sole per lavorare. La Piazzi, dopo aver sottolineato che l’attuale rete consolare in Messico non riesce a soddisfare le esigenze dei nostri connazionali, ricorda l’attiva presenza nell’area dei patronati degli istituti italiani di cultura e delle associazioni regionali che però sono poche e sopravvivono con difficoltà.  “Gli italiani – ha infine precisato la Piazzi – si sono integrati con facilità nell’area, tranne qualche eccezione”.

Giorgio Mauro, illustrando la situazione migratoria nei Paesi Bassi, ha evidenziato come in Olanda l’integrazione delle nuove generazioni, sia stata raggiunta grazie al sacrificio e al rispetto dimostrato per le istituzioni dalle prime generazioni. “In Olanda la vela verso l’integrazione – ha detto Mauro – è stata senz’altro l’associazionismo. Oggi, che siamo al giro di boa dei 50 anni della nostra emigrazione, la comunità italiana è composta da 34.000 persone”.

Dal canto suo Giacomo Canepa ha ricordato che i primi italiani arrivarono in Perù alla metà dell’800, fra di loro molti erano commercianti.  Ben presto la nostra comunità creò associazioni di assistenza e scuole per lo studio dell’italiano. Oggi la collettività italiana in Perù è composta da 31.550 connazionali a cui vanno aggiunti circa 14.000 nuclei familiari che attendono la cittadinanza italiana. “Nel futuro della nostra comunità – ha affermato Canepa – c’è una marcia verso l’integrazione totale, ma l’italianità non scomparirà”.

L’integrazione degli italiani negli Stati Uniti, resa difficile dalle diversità linguistiche e culturali, è stata ripercorsa dal consigliere Augusto Sorriso che ha spiegato come, dopo un primo momento di assimilazione negli anni trenta, la  nostra comunità intraprese, grazie ai nuovi arrivi dall’Italia del dopoguerra, un percorso di integrazione che le ha permesso di mantenere in vita la propria identità. “Oggi – ha precisato Sorriso – i nostri giovani sono integrati ed hanno un interesse diverso verso la cultura italiana. In ogni caso senza fondi adeguati per il potenziamento della promozione  della lingua e della cultura siamo destinati a perdere, con il passare del tempo, la nostra identità. I Giovani devono avere la possibilità di studiare l’italiano”.

Ben diverse le problematiche della nostra collettività in Sudafrica. “Noi abbiamo contribuito alla crescita di questo paese – ha affermato Riccardo Pinna – non solo con il lavoro, ma anche con la continua perdita di vite umane, a causa della criminalità che attanaglia il Sudafrica”. Una  situazione difficile che, secondo il consigliere, continua a peggiorare anche per quanto riguarda le discriminazioni nel mondo scolastico e del lavoro. “L’integrazione delle nuove generazioni – ha spiegato Pinna – è difficile perché i nostri giovani, una volta formati, vanno a lavorare in altri paesi. Gli anziani rimangono soli e spesso non hanno soldi per tornare in Italia. Sarebbe importante che l’Italia li aiutasse in questo loro intento di rivedere la terra d’origine”. Il consigliere ha infine annunciato la creazione con fondi privati ed entro il 2013 della prima scuola italiana del Sudafrica.

Oscar Cecconi, nel raccontare la storia della comunità italiana in Svezia,  ha evidenziato come dopo i grandi conflitti mondiali i nostri connazionali furono direttamente reclutati in Italia per andare a lavorare da manovali in  Svezia. “La nostra comunità – ha avvertito Cecconi – sta invecchiando perché non c’è il necessario ricambio generazionale. I Nuovi arrivi dall’Italia non si iscrivono all’Aire e non sono collegati alla vecchia comunità. Oggi sono iscritte all’anagrafe circa 9.000 persone, vi sono poi gli oriundi con almeno 35.000 presenze. Io credo – ha concluso Cecconi – che dobbiamo recuperare le nuove generazioni anche per rinnovare la rappresentanza con i giovani”.

Gianfranco Gazzola si è invece soffermato sulle vicissitudini dei nostri migranti in Svizzera, un paese che è stato terra d’asilo sin dal risorgimento,  nel periodo del fascismo e nel dopoguerra. Dopo gli anni trenta poi, con il varo delle restrittive norme dello Statuto dello stagionale, non pochi disagi furono sopportati dai  nostri connazionali in territorio elvetico che furono costretti a rinnovare il permesso ogni anno e non poterono usufruire del ricongiungimento familiare. Gazzola, dopo aver ricordato che per gli svizzeri degli anni 80 l’integrazione passava per l’apprendistato della lingua, ha sottolineato come a seguito della Conferenza Mondiale dei Giovani Italiani del Mondo, forse un’occasione persa, si sia creata in Svizzera l’associazione Giovani Azzurri che celebrerà il prossimo ottobre l’anniversario dell’unità d’Italia.

Il forte contributo della collettività italiana alla crescita dell’Uruguay è stato illustrato da Filomena Narducci che ha precisato come, dopo la seconda guerra mondiale, l’ultima grande ondata migratoria dall’Italia si sia integrata perfettamente in questo paese nel campo della piccola e media impresa e dell’artigianato. “Le politiche promosse in Uruguay a favore dell’emigrazione – ha proseguito la Narducci – hanno facilitato l’integrazione storica degli italiani nella società di residenza. Un processo  che è avvenuto senza difficoltà anche dal punto di vista dei diritti politici. Il problema della lingua fu poi presto superato dai nostri connazionali  nel mondo della scuola e del lavoro”. La componente del Comitato di Presidenza per l’America Latina ha poi ricordato come la  forte crisi economica che colpì il paese fino al 2002 costrinse molti discendenti italiani a recarsi in Spagna, una volta acquisito il passaporto italiano, per cercare nuove opportunità lavorative.  La Narducci ha inoltre segnalato i lunghi tempi di attesa per l’espletamento delle domande di acquisizione della cittadinanza italiana, circa quattro anni, e l’insufficiente presenza sul territorio della rete consolare. “L’Uruguay – ha concluso – sta vivendo con gli altri paesi dell’area cambiamenti sociali. Anche l’economia è in crescita (+5,7%) e l’indice di disoccupazione è molto basso . In questo momento positivo la popolazione uruguayana, che per il 50% è di origine italiana, consumerà sempre i più i prodotti e la cultura dell’Italia”.

Le dinamiche della nostra collettività in Venezuela sono state spiegate da Nello Collevecchio che ha ricordato come, sin dal diciannovesimo secolo, molti italiani combatterono al fianco di Simon Bolivar. Ma il grande boom migratorio avvenne dopo il secondo conflitto mondiale e fino agli anni 60,  quando in Venezuela giunsero artigiani, contadini e operai che contribuiranno alla costruzione di questo paese e che oggi si sono trasformati in imprenditori, politici, commercianti e industriali.

“Oggi- ha precisato Collevecchio -  i nostri giovani di terza e quarta generazione sono ormai venezuelani a tutti gli effetti, ma mantengono il legame con il paese d’origine e contribuiscono alla diffusione del made in Italy “. Collevecchio, dopo aver ricordato l’editore Gaetano Bafile  che in Venezuela ha fondato il giornale la “Voce d’Italia”, ha segnalato l’ottimo lavoro svolto a Caracas dalla Casa di riposo Cristoforo Colombo e dai Centri italo-venezuelani, presenti in tutto il paese con 35 sedi. “E’ importate – ha detto infine Collevecchio – che i nostri connazionali in Venezuela abbiano saputo trasferire l’Italia nel cuore e nelle menti dei loro discendenti”.

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