Data odierna 20-09-2017

In una nota il coordinatore Idv per la Svizzera, Franco Di Benedetto, evidenzia la necessità di trasformare il forte disappunto degli iscritti dell’Italia dei Valori per il passaggio del ...

In una nota il coordinatore Idv per la Svizzera, Franco Di Benedetto, evidenzia la necessità di trasformare il forte disappunto degli iscritti dell’Italia dei Valori per il passaggio del deputato eletto nella ripartizione Europa, Antonio Razzi, al gruppo “Noi Sud” “in un impulso nuovo verso una democrazia interna al partito, reale e partecipata”.

Di Benedetto espone inoltre le priorità attuali dell’Italia dei Valori. Egli sottolinea in primo luogo come il partito in Svizzera “si aspetta ci si rimbocchi le maniche per realizzare finalmente quello che troppo a lungo è rimasto solo un buon proposito sulla carta: organizzare con chiarezza, democraticità e trasparenza la ventunesima regione d’Italia e dell’Idv, cioè quella che comprende i nostri connazionali residenti all’estero”.

Un processo “ormai improcrastinabile” che il coordinatore si rallegra sia stato affidato a Niccolò Rinaldi, il cui impegno “contribuì al riconoscimento ufficiale da parte del partito dell’Idv Estero quale ventunesima regione”. Di Benedetto auspica che quest’ultimo “voglia muoversi seguendo la linea che negli ultimi mesi alcuni di noi hanno cercato di tracciare, ispirandosi anche a quello successo in primavera nelle province e regioni italiane: svolgimento dei Congressi locali, con regole democratiche e relativa nomina dalla base delle cariche direttive”.

Un iter che potrà così condurre al Congresso regionale dell’Idv Estero e all’elezione dei responsabili mondiali del partito, “rispettando – precisa il coordinatore svizzero – tutti i crismi della democrazia”.

“Il primo grande problema da affrontare sarà definire una volta per tutte cosa si vuol intendere per base del nostro partito – scrive Di Benedetto, segnalando come problematico l’auspicio, mosso da alcune sue componenti, di un “superamento della logica delle tessere che punti a un allargamento della base verso il popolo dei senza bandiera, quello dei giovani schifati dal clientelismo politico, nuovo censo che trova massima espressione attraverso internet”. “L’apertura a forme alternative di adesione è un tema sul quale nessuno vuol porre pregiudiziali – prosegue, – ma si tratta comunque di un passo da fare dopo attenta riflessione a causa delle tante sfaccettature che quest’onda di pensiero presenta al suo interno”. Tuttavia, tiene a sottolineare il coordinatore, “la partecipazione attiva, il senso di mutua appartenenza espressi dal tesseramento, la presenza “fisica” dei rappresentanti sul territorio ad ascoltare gli elettori, rimane il primo e irrinunciabile requisito su cui si basa il consenso”, senza considerare il fatto che “solo i tesserati garantiscono voti effettivi”.

“I tesserati dovranno continuare a esserci e non si potrà mai chieder loro di avere lo stesso peso nelle scelte dei semplici simpatizzanti – sostiene Di Benedetto. – Se è vero che all’Idv serve nuova linfa è altresì inconfutabile che non si possono calpestare tutti coloro che questo partito l’hanno visto nascere e crescere, e hanno dedicato tempo, risorse e passione al suo consolidamento e ai suoi successi. Orientarsi ciecamente verso l’idea delle primarie “aperte a tutti”, come qualcuno ultimamente auspica, ha ampiamente dimostrato in casa d’altri che nel panorama politico italiano attuale si tratterebbe di una mossa tutt’altro che vincente. Tanto che proprio coloro che si avvalgono di primarie iniziano a ripensarci”. Per Di Benedetto sarebbe invece “molto più logico consolidare il nostro elettorato, andare a riconquistarlo porta a porta, tenendo ben presente che laddove vige l’espressione della preferenza, come nei collegi esteri, i voti si concentrano sulla persona e non sull’ideologia: si votano quei candidati che conosciamo, di cui ci si fida, sui quali sappiamo sempre di poter contare”. “Tenere le fila con l’associazionismo, con i patronati, con le istituzioni italiane in loco è ancora un requisito irrinunciabile – egli conclude – se si vuol creare il consenso nel mondo dell’emigrazione, di prima e seconda generazione”.

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