Data odierna 23-09-2017

Ieri il Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Senato presieduto da Giuseppe Firrarello (Pdl) ha audito rappresentati del Cesi, il Centro Studi Internazionali nato nel 2004 e...

Ieri il Comitato per le questioni degli italiani all’estero del Senato presieduto da Giuseppe Firrarello (Pdl) ha audito rappresentati del Cesi, il Centro Studi Internazionali nato nel 2004 e presieduto da Andrea Margelletti.
Nel corso dell’audizione, dopo aver richiamato il “proficuo rapporto” che intercorre tra il Senato e il Cesi, Marcelletti ha tratteggiato le caratteristiche della presenza italiana in Afghanistan, a partire dalla missione “Enduring freedom” fino alla più recente ISAF. “Il contingente”, ha informato, ” raggiunge attualmente le circa 4.000 unitá. L’approccio italiano si è da sempre caratterizzato per l’apprezzamento da parte delle collettivitá locali e delle altre forze militari straniere, motivato dalle regole di ingaggio e dalla attitudine alla maggior collaborazione possibile con le realtá locali. Il dialogo è stato peraltro favorito dalla localizzazione delle forze italiane in contesti abitati dalle minoranze sciite”.
Margelletti si è soffermato poi sulla problematica del trattamento e della condizione delle comunitá cristiane all’estero, “sovente oggetto di discriminazioni” e ha richiamato in proposito lo scenario libanese in cui la sovrapposizione di più confessioni religiose “produce positivi effetti in termini di tolleranza”. Margelletti ha fatto anche presente che “spesso i governi locali dei paesi in cui le collettivitá cristiane sono collocate individuano quale interlocutore non solamente la Santa Sede ma anche l’Italia. Del resto”, ha spiegato, “i fattori alla base delle discriminazioni risiedono spesso non tanto nell’intolleranza religiosa quanto nella condizione di piccole comunitá economicamente avvantaggiate”. Per Margelletti “la politica interna italiana non possa essere tenuta separata dalla politica internazionale poiché il ruolo del paese sullo scenario estero influisce su tutti i settori, e principalmente su quello dello sviluppo economico. Peraltro”, ha aggiunto il presidente del Cesi, “grandi realtá economiche quali gli Stati Uniti, la Cina e la Russia ma anche paesi più piccoli individuano l’Unione europea quale interlocutore privilegiato e quale fattore di mediazione; in tale ambito, l’Italia potrebbe porsi come tramite preferenziale per le relazioni con il contesto europeo”.
“Il Cesi”, ha continuato Margelletti, “ha da sempre una posizione favorevole all’ingresso della Turchia in Europa, poiché vi è giá nei fatti una consistente presenza di cittadini turchi in ambito comunitario e poiché per l’Italia si tratta di un mercato ricco di opportunitá, ove venisse valorizzata la tendenza alla modernizzazione e alla laicitá dello stato turco”.
Quanto allo scenario russo, Mergelletti ha fatto presente che “si tratta di una grande potenza regionale rispetto alla quale molti Paesi si rapportano, individuando quale interlocutore l’attuale Presidente. La posizione italiana”, ha precisato, “è meno univoca, e tuttavia un rapporto con la Russia è imprescindibile anche quale fattore di fondamentale importanza nelle relazioni con la Cina”.
Il presidente del Centro Studi Internazionali ha citato quindi l’attuale stato dei negoziati tra Stati Uniti e Russia sul disarmo nucleare e gli accordi raggiunti a livello strategico, rilevando che “il possesso della tecnologia nucleare abbia assunto una diversa connotazione al momento attuale, divenendo sempre più importante per i paesi più poveri, i quali utilizzano tale strumento per affermare il proprio prestigio e il proprio ruolo nello scacchiere di politica estera mondiale. L’ultimo esempio di tale tendenza è quello dell’Iran, anche in un’ottica di relazioni di forza rispetto all’Arabia saudita”.
So richiesta del presidente del Comitato Firrarello, Margelletti ha poi fatto una valutazione della prospettiva di politica interna dell’Iran. “Ritengo improbabile una prossima implosione dall’interno del regime iraniano”, ha affermato Margelletti, “e reputa peraltro che anche un eventuale mutamento di regime in assenza di interventi della collettivitá internazionale non determinerebbe un diverso approccio rispetto al programma nucleare, considerato comunque una necessitá strategica”. Margelletti ha sottolineato poi che “il possesso della tecnologia nucleare si differenzia dal più complesso tema delle capacitá di utilizzo mirato delle armi non convenzionali. Inoltre”, ha aggiunto, “l’arma nucleare assume rilievo soprattutto dal punto di vista della deterrenza”. Il presidente del Cesi ha peró ricordato che “l’Iran costituisce un interlocutore economico importante per l’Italia” e che dunque “puó favorire un maggior peso del paese nel dialogo politico tra Iran e Occidente e un ruolo maggiormente rilevante dell’Italia in seno alle Nazioni Unite”.
Il presidente Firrarello ha poi chiesto chiarimenti sulle attuali relazioni che intercorrono tra Iran, Turchia e Brasile, anche a livello di possesso dell’arma nucleare, nonché sulla posizione russa rispetto all’Iran. “Il programma nucleare brasiliano si presenta per molti versi simile a quello iraniano”, ha osservato Margelletti, “con la fondamentale differenza che l’Iran non dispone dell’uranio ma solo delle capacitá di arricchimento”. D’altra parte, ha continuato il presidente del Centro Studi, “la politica brasiliana tende all’affermazione del paese quale realtá guida nel contesto sudamericano e quale fattore di emancipazione rispetto alla politica estera statunitense”.
Quanto alla Turchia, Margelletti ha ricordato l’alleanza strategica storicamente instauratasi tra la Turchia, gli Stati Uniti ed Israele e ha sottolineato che “il contesto attuale turco, caratterizzato da un maggior vigore delle tendenze di ispirazione religiosa, influenza anche le relazioni internazionali, incrementando un asse con le realtá arabe e ponendo a rischio i rapporti con Israele, come dimostrato dai recenti noti avvenimenti”.
Con riferimento ai rapporti tra Iran e Russia, Margelletti ha poi reso noto che “l’interesse russo è quello di mantenere, in una visione quasi imperialistica, un’area di influenza nella regione che potrebbe essere messa a rischio da un maggior peso nella politica estera dell’Iran”.
Quanto ai rapporti attuali tra Iran e Iraq, il presidente del Cesi ha invece rilevato che l’Iraq è un paese a maggioranza sciita, e quindi araba, mentre l’Iran no. “L’Iraq”, ha spiegato, “è un forte oppositore rispetto alla capacitá nucleare dell’Iran, nel timore che esso possa incentivare un analogo atteggiamento da parte dell’Arabia saudita. Ció porrebbe l’Iraq in una posizione di svantaggio, essendo a sua volta privo dei mezzi e delle condizioni politiche ed economiche per procedere a sua volta all’armamento”.
Durante l’audizione il presidente Firrarelle ha chiesto anche una valutazione sull’intervento della comunitá internazionale nei confronti dell’Iraq. “A mio avviso”, ha risposto Margelletti, “il regime dittatoriale esistente in Iraq non poteva essere tollerato dalla comunitá internazionale. E, tuttavia, esprime una valutazione fortemente critica della gestione della realtá irachena successivamente al rovesciamento del sanguinario regime”.
“L’operato delle forze italiane nella zona di Nassirya”, ha affermato Margelletti, “ha prodotto buoni esiti, ma la coalizione internazionale ha operato nella realtá irachena con strumenti influenzati da una visione tendenzialmente ideologica. Ció ha fatto sí che con lo scioglimento delle forze armate e delle strutture politiche esistenti si sia creato un elevato numero di soggetti privi della possibilitá di svolgere un lavoro e quindi un ruolo attivo nella societá, divenendo terreno fertile per la guerriglia locale. Lo stesso pericolo”, ha rilevato Margelletti, “si sta verificando nel contesto afgano”.
“Perplessitá” su questa affermazione è stata espressa dal senatore Cagnin (Lnp) il quale ha richiamato le differenti rivendicazioni alla base dell’operato dei talebani. Margelleti ha poi chiarito che, a suo avviso, “l’unico modo per disinnescare il movimento talebano consiste nell’operare con forza nella ricostruzione civile dell’Afghanistan e non solo a livello militare” e che “la posizione italiana è da sempre stata ispirata ad un ampliamento nella maggior misura possibile del dialogo politico rispetto all’Afghanistan”.

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