Data odierna 12-12-2017

- Il quadro normativo italiano ed europeo in vigore nel nostro paese già garantisce “equità in materia di calcolo dei trattamenti pensionistici”, senza che ci sia bisogno di ulteriori rivalutazioni...

I contributi degli italiani in Svizzera rivalutati secondo legge

- Il quadro normativo italiano ed europeo in vigore nel nostro paese già garantisce “equità in materia di calcolo dei trattamenti pensionistici”, senza che ci sia bisogno di ulteriori rivalutazioni dei contributi versati in altri Paesi. Così il Ministro del Lavoro Elsa Fornero ha risposto all’interrogazione sul caso-Svizzera presentata a fine settembre dai senatori Pd Micheloni e Pegorer.

Con l’interrogazione, indirizzata agli ex ministri del lavoro Sacconi, degli esteri Frattini e dell’economia Tremonti, i due senatori chiedevano di sapere “cosa intenda fare il Governo al fine di garantire un adeguato miglioramento del trattamento pensionistico dei cittadini italiani che hanno svolto la propria attività lavorativa nella Confederazione Svizzera e se non ritenga opportuno, nell`ambito della negoziazione degli accordi Italo – Svizzeri in materia di cooperazione nel campo fiscale, chiedere la rivalutazione monetaria dei contributi dei cittadini italiani versati all`assicurazione vecchiaia e superstiti svizzera e trasferiti all’INPS, risorse che serviranno a migliorare le loro condizioni di vita”.

Molto tecnica la risposta del Ministro Fornero che ha elencato tutta la normativa in materia che, di fatto, impedisce la rivalutazione auspicata dai due senatori Pd.

“I rapporti tra Italia e Svizzera in materia previdenziale – ricorda il Ministro – sono regolati, dal 2002, dall’accordo UE-Svizzera (ALCP, Accordo sulla libera circolazione delle persone) sulla libera circolazione che prevede l’applicazione dei regolamenti comunitari in materia di coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale. Tale accordo ha introdotto progressivamente, tra la Svizzera e l’Unione europea, le disposizioni relative alla libera circolazione delle persone così come vengono attuate nell’Unione”.

“Agli svizzeri e ai cittadini della UE – chiarisce Fornero – viene quindi concesso di scegliere liberamente il Paese in cui lavorare e soggiornare. I requisiti per ottenere tale diritto sono il possesso di un contratto di lavoro valido o svolgere un’attività indipendente, ovvero disporre di mezzi finanziari sufficienti per sopperire alle proprie necessità e avere stipulato un’assicurazione contro le malattie. La libera circolazione delle persone è agevolata altresì dal sistema di riconoscimento reciproco dei diplomi professionali e dal coordinamento dei sistemi nazionali di sicurezza sociale”.

“Al riguardo – puntualizza – occorre precisare che fino al 1° maggio 2010, data di entrata in vigore dei nuovi regolamenti comunitari, le norme di coordinamento dei sistemi nazionali di sicurezza sociale dei 27 Stati membri dell’Unione europea sono state costituite dai regolamenti (CEE) n. 1408 del 14 giugno 1971 e n. 574 del 21 marzo 1972. Dal 1° maggio 2010, tali norme sono state sostituite dalle norme di coordinamento del regolamento (CE) n. 883 del 29 aprile 2004, come modificato dal regolamento (CE) n. 988 del 16 settembre 2009, e dal regolamento di applicazione (CE) n. 987 del 16 settembre 2009. Nel caso di alcuni Stati tuttavia, fra cui anche la Svizzera, continuano a trovare applicazione le disposizioni contenute nei regolamenti (CEE) n. 1408/71 e n. 574/72 e ad essere utilizzati gli attuali formulari cartacei. Alla Svizzera peraltro era già stata estesa, dal 1° giugno 2002, la normativa comunitaria di sicurezza sociale proprio in base all’accordo stipulato tra la Confederazione elvetica e gli Stati dell’Unione europea”.

Fornero ha quindi elencato, “i principi fondamentali della normativa comunitaria attualmente applicata nei rapporti tra Svizzera e Unione europea, che sono: la parità di trattamento delle persone nei confronti delle legislazioni nazionali, l’unicità della legislazione applicabile, la totalizzazione dei periodi assicurativi o di residenza negli Stati membri per il diritto alle prestazioni e per l’accesso all’assicurazione obbligatoria, facoltativa o volontaria nonché per l’ammissione ai benefici previsti da una legislazione nazionale, l’esportabilità delle prestazioni e l’assimilazione di prestazioni, redditi, fatti o avvenimenti”.

“Quanto alle disposizioni in materia di determinazione della retribuzione pensionabile per i casi in cui, in conseguenza di accordi internazionali di sicurezza sociale, sia avvenuto il trasferimento agli enti previdenziali italiani di contributi versati per il periodo di lavoro svolto nei Paesi esteri, con la legge 27 dicembre 2006, n. 296, recante “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge finanziaria 2007)”, – ricorda il Ministro – il legislatore è intervenuto a chiarire la questione con una norma di interpretazione autentica che recita: “L’articolo 5, secondo comma, del decreto del Presidente della Repubblica, 27 aprile 1968, n. 488, e successive modificazioni, si interpreta nel senso che, in caso di trasferimento presso l’assicurazione generale obbligatoria italiana dei contributi versati ad enti previdenziali di paesi esteri in conseguenza di convenzioni ed accordi internazionali di sicurezza sociale, la retribuzione pensionabile relativa al periodo di lavoro svolto nei paesi esteri è determinata moltiplicando l’importo dei contributi trasferiti per cento e dividendo il risultato per l’aliquota contributiva per l’invalidità, vecchiaia e superstiti in vigore nel periodo cui i contributi si riferiscono. Sono fatti salvi i trattamenti pensionistici già liquidati alla data di entrata in vigore della presente legge”. La legittimità di tale disposizione normativa e, quindi, del metodo di calcolo adottato, – ricorda ancora Fornero – è stata recentemente riconosciuta dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 172 del 2008 che ha inoltre precisato che “non è leso neppure l’art. 35, quarto comma della Costituzione, perché l’articolo 1, comma 777, della legge n. 296/1996 non attribuisce al lavoro prestato all’estero un trattamento deteriore rispetto a quello svolto in Italia, ma, anzi, assicura la razionalità complessiva del sistema previdenziale evitando che, a fronte di una esigua contribuzione versata nel paese estero, si possano ottenere le stesse utilità che colui che ha prestato attività lavorativa esclusivamente in Italia, può conseguire solo grazie ad una contribuzione molto più gravosa”".

Dunque, conclude, “alla luce del quadro normativo illustrato, appare evidente che le situazioni descritte nell’interrogazione non possono non essere regolate sulla base di principi volti a garantire la necessaria equità in materia di calcolo dei rispettivi trattamenti pensionistici”.

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