Data odierna 12-12-2017

“La situazione della finanza mondiale che vede, di fronte ad una speculazione diffusa sull’Euro, una corsa verso i beni rifugio come l’oro e soprattutto il Franco svizzero, vede ovvie...

Gravi ricadute della sopravvalutazione del franco svizzero nel mercato del lavoro ticinese

“La situazione della finanza mondiale che vede, di fronte ad una speculazione diffusa sull’Euro, una corsa verso i beni rifugio come l’oro e soprattutto il Franco svizzero, vede ovvie ricadute anche nel mercato del lavoro interregionale”. Come spiegano in una nota congiunta Claudio Pozzetti, Gianmarco Gilardoni e Roberto Cattaneo, responsabili rispettivamente di Cgil, Cisl e Uil Frontalieri, “la parità di cambio sfiorata tra la moneta europea ed il franco porta a dirette conseguenze sulle esportazioni di prodotti svizzeri all’estero che oggi appaiono meno competitivi dal punto di vista del loro costo. Nasce quindi una ennesima situazione di crisi che scatena le più varie iniziative per ridurre o almeno ridimensionare i costi di produzione”.

“Per contro, a causa del cambio attuale, gli stipendi dei lavoratori frontalieri italiani, convertiti in Euro, sono aumentati”, prosegue la nota in cui si evidenziano le conseguenze di tale situazione sui frontalieri italiani in Svizzera, attualmente oltre 60.000, di cui 51.155 soltanto in Canton Ticino.

“La presenza di un cambio favorevole ha scatenato da più parti alcune proposte per ridurre le sole retribuzioni dei lavoratori frontalieri, arrivando persino alla proposta di pagare tali retribuzioni non più in Franchi svizzeri ma in Euro, oppure di stabilire un tasso fisso di cambio in maniera artificiosa”, spiegano le tre organizzazioni sindacali italiane, che si dicono “contrarie a questa pratica, volta esclusivamente a cercare di ridurre i costi aziendali creando all’interno delle imprese ticinesi una evidente situazione di dumping salariale”.

“Le retribuzioni del lavoro non devono dipendere dalla nazionalità degli operai, ma esclusivamente dalle capacità, dalle competenze e dalle mansioni assegnate”, rivendicano Cgil, Cisl e Uil. “La distinzione fra ticinesi e frontalieri con differenze di paga rappresenta una pericolosa deriva discriminatoria del mercato del lavoro, oltretutto con effetti controproducenti per l’assunzione di ticinesi a causa del dumping”.

“Lo stesso tentativo di introdurre un contingentamento del numero di frontalieri per incentivare l’assunzione di disoccupati ticinesi” è per le tre sigle “sbagliata. L’aumento del numero di frontalieri”, spiegano, “dipende esclusivamente dal fatto che imprenditori ticinesi riescono a offrire stipendi inferiori ai frontalieri rispetto ai ticinesi. Il problema quindi non è rappresentato dai frontalieri, bensì dai datori di lavoro ticinesi che sfruttano questa loro posizione di privilegio”. Quindi, “l’introduzione di contingenti per i frontalieri, oltre a essere una procedura sbagliata, è anche non corretta rispetto alla giurisdizione europea, che la Svizzera ha accettato con gli Accordi Bilaterali CH – UE sulla libera circolazione, approvati anche con referendum popolare”.

“La critica di un parte politica rispetto al forte incremento del numero di frontalieri nel settore terziario dimostra una non conoscenza dei dati”, continua la nota congiunta. “La statistica del numero dei frontalieri nel settore terziario include anche tutti i frontalieri che lavorano per le agenzie di lavoro temporaneo; tali lavoratori sono impiegati per la quasi totalità nel settore manifatturiero (operai in tutti i settori, persino nell’edilizia), che poco hanno a che fare col settore terziario”.

“La situazione attuale non è semplice, lo riconosciamo”, ammettono Pozzetti, Gilardoni e Cattaneo, “ma le soluzioni da percorrere non devono andare nella direzione di discriminare i frontalieri, ma avviando seri tavoli di confronto fra tutte le parti sociali coinvolte. Le organizzazioni sindacali italiane”, concludono, “sono disponibili ad avviare tavoli di confronto all’interno di una seria e fattiva governance del mercato del lavoro interregionale”.

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