Data odierna 22-09-2017

In fondo in Vietnam è tutta una questione di equilibrio. È precario cercare di coniugare il capitalismo con la forma (ma non più la sostanza) del più antistorico comunismo del mondo, cosí...

In fondo in Vietnam è tutta una questione di equilibrio. È precario cercare di coniugare il capitalismo con la forma (ma non più la sostanza) del più antistorico comunismo del mondo, cosí come riuscire a pedalare in bicicletta con un carico impressionante di ogni tipo come fanno i contadini che ad ogni alba sfidano la polvere verso i lontani mercati delle cittá. Ma, come anche il comunismo vietnamita lentamente si evolve, cosí anche molti contadini sono ormai passati allo scooter raddoppiando la portata delle mercanzie e moltiplicando, purtroppo, l’inquinamento.
È fragile comunque l’equilibrio in un paese dove la crescita economica è esponenziale, ma dove si saltano passi fondamentali nello sviluppo – per esempio nella tutela dell’ambiente – che porteranno presto il paese a crisi di difficile soluzione visto anche il forte aumento della popolazione che sfiora ormai i 90 milioni, il 50% in più del 1975 quando i vietcong conquistarono Saigon riunificando un paese in guerra da decenni.
Da allora molte ferite interne si sono progressivamente rimarginate, giá due generazioni nulla hanno vissuto di quella guerra e solo i più anziani portano ancora mutilazioni fisiche o ricordano i tempi dei bombardamenti americani su Hanoi .
Il Vietnam, dominato dalla Cina per mille anni, recuperata una identitá nazionale presto finita sotto il controllo coloniale francese – dopo che portoghesi,olandesi ed inglesi non avevano dato grande importanza alla regione – e che vide terminare la dinastia del proprio imperatore-fantoccio proprio per mano occidentale, subí più o meno direttamente la colonizzazione francese per tre secoli, mutó l’alfabeto in caratteri occidentali, accettó il cattolicesimo e subí l’espansionismo giapponese ma – dopo il ’45 – con la rivoluzione cinese alle porte nulla fu più come prima. Ho Chi Min interpretó in chiave comunista il movimento di liberazione nazionale che nel generale Giap trovó un indiscusso capo militare. Proprio combattendo i giapponesi Ho Chi Min cercó un contatto con gli USA ed ebbe anche aiuti militari finché il 2 settembre 1945 ad Hanoi fu dichiarata l’indipendenza. In quella occasione, curiosamente, il Vietnam si ispirava proprio alle parole della costituzione statunitense sui diritti dei popoli, ma trovó poca attenzione in un mondo che aveva consumato e appena concluso una guerra immane. Un paese che si dichiarava comunista e quindi divenne scacchiere della guerra fredda, come tutto il sud-est asiatico. Pochi mesi infatti e la guerra tornava tra i Viet Minh e le forze di occupazione francesi che erano tornate in Indocina, finanziate in gran parte dagli americani che anche in Corea dovevano affrontare una crisi di proporzioni ancora maggiori. Centomila soldati francesi persero la vita in una sporca guerra dimenticata per anni, finchè a Dien Bien Phu, fallito il tentativo di stanare i Viet Minh in campo aperto, i pará francesi furono stritolati dalle forze di Giap e si arresero. Gli accordi di Ginevra – come in Corea – divisero il paese in due stati con una linea di demarcazione al 17° parallelo. Al nord una dittatura comunista ed al sud una democrazia-fantoccio controllata dagli occidentali che di fatto imposero come presidente Ngo Dinh Diem, corrotto e corruttore, che perse progressivamente ogni credibilitá e cominció a contrastare con il terrore le “spie” comuniste al sud. Fu il germe di una nuova guerra civile perchè mentre al nord migliaia di persone furono condannate a morte e le loro proprietá confiscate dalle autoritá comuniste, al sud cominció la guerriglia alimentata dal “sentiero di Ho Chi Min”, un reticolo di sentieri che scendevano dal nord per tutto il paese e tramite i quali, portati a spalla, affluivano al sud gli aiuti ai partigiani comunisti.
Fu una lunga, drammatica escalation con gli USA sempre più esposti e che, rotti gli indugi, nel 1965 sbarcarono in forze a Da Nag (all’altezza della metá del paese) per rompere il flusso degli aiuti e l’invasione dal nord. Progressivamente decine di migliaia di americani furono mandati in Vietnam in una lotta sempre più aspra tra la tecnologia e le risorse di un popolo. Stragi, bombe al napalm, reciproche crudeltá: gli USA arrivarono a schierare 500.000 uomini spendendo somme colossali e il conflitto si allargó alla Cambogia e al Laos. Ma bastano ancora oggi pochi giorni passati in Vietnam per capire perchè qui una guerra non la si puó vincere senza il controllo del territorio, l’abitudine al clima, l’appoggio del popolo che allora era spesso costretto a una guerra di sopravvivenza e di terrore stretto tra forze americane, sud e nord vietnamite.
Nel 1972 si delineó una possibilitá di pace siglata il 27 gennaio 1973 a Parigi, pace precaria perché di fatto gli statunitensi se ne andarono e nel 1975 le forze del nord ruppero l’armistizio, invasero Saigon mentre oltre 600.000 sudvietnamiti tentarono disperatamente la fuga: i più fortunati sciamarono in aereo all’estero, per gli altri furono mesi di tragedia dispersi in mare con circa 100.000 scomparsi nell’odissea dei “boat people”, i barconi di profughi respinti da tutti e che per mesi occuparono le cronache disperate di un mondo ormai sempre più distratto per il loro destino.
Era la riunificazione nazionale, l’indipendenza, ma per milioni di persone anche il terrore. Soprattutto il Vietnam era ridotto alla fame, dissanguato, diviso, distrutto. Milioni di vietnamiti del sud subirono la repressione, mentre lo scacchiere internazionale registrava l’accrescersi delle tensioni tra URSS e Cina, con i cinesi che arrivarono anche ad occupare una parte del nord del paese. Lentamente, molto lentamente, le cose migliorarono, ma solo all’inizio del ’90 i vietnamiti lasciarono la Cambogia – dove si era svolta un’altra spaventosa guerra civile – e nel contempo terminó l’embargo americano con il pagamento parziale dei concordati indennizzi di guerra.
In questo ultimo quindicennio il paese si è ripreso: il basso costo della manodopera (oggi ancora a 150 dollari al mese) ne ha fatto un polo di attrazione industriale soprattutto da Taiwan, dal Giappone, dalla Cina e dagli altri paesi del sud-est asiatico. Non è stato un percorso facile perché il Vietnam è regolarmente il parente povero delle crisi finanziarie asiatiche, ma l’ingresso nel WTO ha segnato una serie di regole di stabilizzazione che consentono ora vantaggi per gli investimenti stranieri, decollo industriale, stabilitá in un quadro politicamente piatto dove – formalmente – tuttora il partito unico dirige e governa tra un diluvio di bandiere rosse con la falce e martello.
Precarietá e contraddizioni: da una parte il governo ha acconsentito il ritorno degli espatriati del ’75 concedendo loro anche di acquistare immobili, ma il suolo non è mai di proprietá privata ma tuttora dello stato che lo “affitta” per un cinquantennio a un prezzo variabile, di fatto spesso legato al livello di corruzione che prospera ad ogni livello.
Cosí mentre il regime impedisce la diffusione del dissenso come di una ipotetica stampa alternativa, internet ha peró cancellato i confini e ha fatto notizia come recentemente il parlamento (non eletto, ma nominato) si sia opposto al governo a proposito delle spese per la costruzione di una ferrovia tra Saigon (che di fatto è tornata a chiamarsi cosí, anche se formalmente è diventata Ho Chi Min City) ed Hanoi.
La gente sembra copiare dal potente vicino cinese: ufficialmente tenuta ad uno comunista ha in realtá adottato la realtá capitalista occidentale nel modo più sfrenato e purtroppo senza regole. Un esempio lo sono i nuovi investimenti turistici che stanno rovinando le spiagge più belle in una frenesia assurda di realizzare mega-hotel sullo stile di Taiwan e della Malaysia, senza alcun rispetto per le bellezze ambientali, la natura, il paesaggio. Uno scempio e un caos urbanistico ovunque, in un paese dove ancora oggi si vedono e si subiscono i frutti dei defolianti chimici usati dagli americani per stanare i guerriglieri vietcong, dove molte foreste sembrano pietrificate e quasi tutti i monumenti storici sono andati distrutti, perfino nella vecchia capitale imperiale, Hue, dove nel ’68 si combatté casa per casa anche nella cittadella imperiale. Luoghi unici e di grande bellezza come la baia di Ha Long e le sue tremila isole calcaree – invano difese dall’UNESCO – circondate da centinaia di sampan e barconi per turisti che gettano in mare ogni tipo di rifiuto, mentre dall’alto il paese sembra tutto ristretto tra risaie e cittá e dove le case – alte e strettissime – sono spesso di un kitch incredibile e di incomparabile cattivo gusto.
È questo il difficile equilibrio di un Vietnam dove forse servirebbe una riflessione collettiva sugli obbiettivi dello sviluppo per un paese dove da dieci anni la bicicletta ha progressivamente lasciato il posto alla moto (la Piaggio sta costruendo un nuovo, grande stabilimento) ma dove non ci sará facilmente posto per le auto che giá oggi intasano le vie di Hanoi, una delle cittá più inquinate della terra. Mentre il traffico è caotico ed assurdo, la gente sui marciapiedi spesso mangia per terra in condizioni igieniche che farebbero inorridire le nostre Asl, ma intanto parla al telefonino tra la musica sparata al massimo volume, alternata a slogan del partito.
Questo il Vietnam di oggi tra passato e futuro, crisi e modernitá, povertá estreme con milioni di bambini ancora denutriti e chi la Ferrari se l’è fatta verniciare viola perché porta fortuna e cosí attira di più l’attenzione. Un paese che sembra con poche radici e molti dubbi sul proprio futuro, ma che vuole recitare un ruolo protagonista in Asia e non più solo da comprimario. Ci riuscirá? Good Morning Vietnam…(marco zacchera*)
* deputato Pdl e sindaco di Verbania

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