Data odierna 19-11-2017

Una tavola rotonda “anarchica” organizzata per “leggere” il fenomeno della nuova mobilità giovanile, alla luce del volume di Stefano Pelaggi, “L’Altra Italia. Emigrazione storica e mobilità...

Giovani italiani all’estero: risorse perdute? il dibattito a Palazzo Marini

Una tavola rotonda “anarchica” organizzata per “leggere” il fenomeno della nuova mobilità giovanile, alla luce del volume di Stefano Pelaggi, “L’Altra Italia. Emigrazione storica e mobilità giovanile a confronto”, primo della collana di studi storici e sociali sull’emigrazione “Italia nel mondo”, edito da Edizioni Nuova Cultura.

Moderati da Gian luigi Ferretti, direttore de “L’italiano”, ne hanno parlato a Palazzo Marini insieme all’autore, il deputato e presidente del Maie Ricardo Merlo, il responsabile scientifico della collana, nonché pro rettore a La sapienza di Roma Antonello Biagini, il segretario generale del Cgie Elio Carozza, il deputato di Fli Aldo Di Biagio, il responsabile del Pd Mondo Eugenio Marino e l’avvocato Fabio Massimo Cantarelli de “L’Italiano”.

Parlare di giovani italiani che vanno all’estero, ha detto Ferretti, significa trattare un argomento di “grande attualità”; lo dimostrano, tra l’altro,i numeri citati da Pelaggi nel volume. Già residente all’estero, ora collaboratore de “l’Italiano”, per Pelaggi “è necessario un nuovo inquadramento di chi emigra: non si tratta più solo di “cervelli”, in molti hanno esperienze lavorative o formative all’estero, perché la professionalità ormai è mobile e la mobilità non si ferma”.

Chi va all’estero, ha detto Pelaggi riferendosi alla legge “Controesodo”, “non cerca sgravi fiscali, ma stimoli. Questa legge è anacronistica”, così come lo sono gli organismi di rappresentanza, “dalle ambasciate ai Comites, nessuno è tarato sui giovani”. Per questo è necessario “rinnovarli, perché se no, tra qualche anno saranno solo scatole vuote”.

Per i giovani occorrono “reti per riconnetterli all’Italia. Oggi abbiamo bisogno di una svolta: tutti dicono che gli italiani all’estero sono una risorsa, ma nessuno ha saputo sfruttarli”.

La nuova emigrazione fotografata nel volume di Pelaggi, ha esordito Merlo, è “impressionante, perché riflette la situazione mondiale. Dieci anni fa, il Sud America viveva una fase esplosiva, pensate all’Argentina e al suo debito. I giovani argentini dicevano, allora, che l’unica via di uscita era andarsene. Ora succede il contrario e cambiano anche le rotte di chi emigra”.

Il Maie, ha aggiunto, “è figlio dell’emigrazione, è un movimento politico ma anche culturale. Siamo figli della cultura di Tremaglia”, ha aggiunto il deputato riferendosi a quanto amava dire l’ex ministro degli italiani nel mondo che ha sempre auspicato una politica “al di là delle parti e dei partiti”, e cioè, appunto, “espressione vera degli italiani all’estero, senza preconcetti politici”.

La parte “storica” del volume di Pelaggi è stata richiamata dal professor Biagini, che ha accennato all’emigrazione nella storiografia italiana per poi affermare che la cosiddetta fuga dei cervelli dovrebbe “renderci orgogliosi” perché dimostra che “la formazione universitaria italiana è ancora ai vertici nonostante le fallimentari politiche scolastiche”. È chiaro, per il docente, che “se l’Italia de-industrializza tutti i settori produttivi, questi giovani formati non sanno dove collocarsi, perché le imprese, le industrie non esistono più”. Dunque “uscire, di per sé, non è negativo”. Certo, ha concluso, “si potrebbe indagare anche su chi non vuole più tornare”.

Di giovani che stanno benissimo all’estero Elio Carozza ne vede sempre di più a Bruxelles, città dove vive e lavora ormai da anni, sede delle istituzioni europee che ogni anno attraggono giovani di tutta Europa. “A Bruxelles ne arrivano migliaia al giorno, laureati e non, che trovano una città sempre più accogliente. Rimangono e fanno i lavori più disparati, pur di non tornare indietro”.

“È una fortuna poter disporre di queste intelligenze”, ha aggiunto, d’accordo con Biagini su quanto la formazione degli italiani dimostri il valore del sistema universitario. Il punto critico è, per il segretario generale del Cgie, la mancanza di politiche che li valorizzino o che cerchino di farli tornare, affinchè mettano a frutto in Italia le competenze acquisite. “D’altro canto, il mondo ormai è la loro casa e l’Italia è poco appetibile al momento perché soffoca le intelligenze e la produttività”.

Interessante, per Carozza, sarebbe studiare gli effetti dell’incontro tra i nuovi emigrati e gli italiani che all’estero sono nati e cresciuti, gli oriundi insomma, così come accadde durante la I Conferenza dei giovani italiani nel mondo, “una grande intuizione del Cgie”.

Tra i firmatari di “Controesodo”, Aldo Di Biagio ha parlato di “emorragia di capitale umano”: dal 2000 al 2010 gli espatri annuali sono stati di 30mila giovani l’anno, secondo i dati Aire, cui devono aggiungersi quelli che non si iscrivono all’anagrafe degli italiani all’estero; in percentuale si è passati dal 3% del 2010 al 4,5% del 2011, tutti tra i 20 e i 40 anni. “L’Italia spende per formarli e gli altri li impiegano”, ha aggiunto il deputato. Questo provoca non solo “l’impoverimento professionale del nostro paese”, ma anche “risvolti sociali sia nelle famiglie che nella società”. Dunque ci sarebbe da chiedersi “quale è l’impatto di questa emigrazione sull’economia del paese, ma anche interrogarsi su quale immagine  dell’Italia ne viene fuori”. Certo è che “l’Italia non è un paese attrattivo per i giovani” che qui “sono senza prospettive e certezze”. Dunque occorrono “riforme strutturali che rinnovino il Paese, tali da rilanciarlo come un posto dove tornare. La politica deve fare la sua parte”.

Per Eugenio Marino quella de “L’Italiano” è una iniziativa editoriale da applaudire perché “utile ad aumentare l’attenzione, a sensibilizzare il Paese e i suoi dirigenti sull’argomento”.

Il punto, per Marino, è un altro: “l’Italia ha una visione sugli italiani all’estero o no? Questa visione non c’è, come non c’è una politica per gli italiani all’estero e questo per colpa dei governi che si sono succeduti. Negli ultimi 20 anni sembravamo avviati verso un percorso nuovo che poi non c’è stato. Prima i partiti avevano una visione degli italiani all’estero, nel bene e nel male, più o meno limitata, ma l’avevano. Ora non è più così: a meno che – ha aggiunto, critico – non si pensi che la visione sia interrompere ogni rapporto con gli italiani all’estero. Nei loro confronti c’è un arretramento costante: nella politica estera, nella presenza dello stato, nei tagli lineari alle risorse, che poi sono investimenti”.

Marino ha quindi citato “Come governare il mondo”, secondo libro di Parag Khanna che parla di “mega diplomazia”: lo scrittore, ha spiegato l’esponente Pd, “parla della ricchezza dei Paesi che hanno cittadini residenti all’estero, parla di un universo fatto di “.org, .com e .gov”, cioè di ong e organizzazioni di volontariato, imprese e privati e strutture di governo. E l’Italia ce le ha tutte!”, solo che non le valorizza. Dunque la criticità è doppia: non si valorizza la presenza italiana all’estero né si attraggono stranieri in Italia. Quanto a Controesodo, la legge criticata da Pelaggi che l’ha definita “anacronistica”, Marino ha spiegato che “il suo obiettivo era quello di indicare una direzione; si tratta di un piccolo passo che prevede incentivi e sgravi fiscali non solo ai ricercatori, ma anche a chi vuole avviare un’impresa”. Comunque, ha ribadito, “il punto non è, o meglio, non è solo discutere su chi e quanti partono, ma anche su quelli che non arrivano”. La politica, ha concluso, “deve interessarsi, deve capire e fare in modo che la rete degli italiani all’estero sia reale e comprenda tutti i soggetti interessati, a partire dalla rappresentanza in Parlamento che ora si vuole incautamente ridurre”.

A chiudere il dibattito, l’avvocato Cantarelli che ha lodato il volume di Pelaggi capace di “fornire un approccio scientifico al tema, riuscendo ad accattivare il lettore, introducendo elementi interessanti al di là, o meglio, lontano dai luoghi comuni”.

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