Data odierna 23-09-2017

La mia generazione, la generazione di molti di voi, ha vissuto la fase più straordinaria della storia del nostro Paese. L’esodo di massa, in un Dopoguerra italiano, per milioni di uomini e donne...

La mia generazione, la generazione di molti di voi, ha vissuto la fase più straordinaria della storia del nostro Paese. L’esodo di massa, in un Dopoguerra italiano, per milioni di uomini e donne figli di un’Italia sconfitta e umiliata dalla vergogna del totalitarismo fascista, gli anni del sacrificio, del coraggio, delle discriminazioni e degli sfruttamenti disumani. Abbiamo da poco ricordato le due tragedie più recenti – Marcinelle  e  Mattmark – uniti  all’impegno per riaffermare il diritto a vivere una vita degna, da cittadini e cittadine nelle terre d’Europa e del mondo, realizzando  e costruendo, assieme agli altri popoli, un periodo lungo di pace  e  di benessere.

Abbiamo partecipato alle grandi conquiste sociali e politiche. Abbiamo contribuito alla realizzazione del processo di integrazione e di unità dell’Europa.

Nessun altro Paese al Mondo può essere paragonato all’Italia. Pur se iniziato in sordina prima dell’Unità d’Italia, attorno al 1820 appena dopo le guerre napoleoniche, in poco meno di 60 anni, durante il Regno dei Savoia, il movimento migratorio a  partire dal 1880 si assestò attorno a 100 mila l’anno, soprattutto dal Nord Est. Il culmine fu toccato nel 1913, quando le partenze dall’Italia furono 872.598.

Sono numeri impressionanti. Vale la pena ricordare come nel periodo che va dal 1861 al 1985 sono state registrate quasi 30 milioni di partenze.  Pensate, che al momento dell’Unità d’Italia, nel primo censimento, la popolazione italiana era di 25 milioni. Un esodo di massa, come dicevo, da tutte le regioni italiane. Riguarda sia il Nord, sia il Sud. Sia l’attuale tanto celebrato Nord-Est, sia le regioni del profondo sud.

Le nazioni dove si diressero maggiormente i nostri antenati furono Stati Uniti, Brasile Argentina. In questi tre Stati attualmente vi sono circa 65 milioni di discendenti di emigrati italiani. I Padri Scalabriniani ritengono, addirittura, che gli oriundi, ad oggi, siano circa 80 milioni. Una cifra imponente.

In Europa, invece, dove l’emigrazione è più recente, i numeri di coloro che sono italiani o hanno intenzione di restare italiani, sono ancora molto alti, nonostante un avanzato processo integrativo  che pone, pur tuttavia, a tutti (associazioni di emigrati , enti di tutela e formazione,  istituzioni), l’esigenza di un rapporto più maturo e consapevole dei problemi che assillano le moderne società in cui le nostre comunità operano .

Vecchie e nuove forme di mobilità

A ciò va aggiunto un fenomeno nuovo, frutto in parte dell’avanzato processo di unità politica ed economica dell’Europa e dell’inarrestabile globalizzazione in corso. Ma anche, e purtroppo, per il mancato rinnovamento della società italiana in ogni campo: economico, politico e culturale.

La cosiddetta fuga di cervelli, che io preferisco definire “nuove forme di mobilità e nuovi mestieri”, non è che la conseguenza di una società cristallizzata, in cui non vale tanto il sapere, quanto l’appartenere ad una casta di privilegiati, che ha perso il senso della morale e dell’etica civile della responsabilità.

La straordinaria novità della globalizzazione che avvicina le genti, che dà a ogni nazione la possibilità di fornire prodotti, ma, anche e soprattutto, soggetti pensanti e protagonisti di un nuovo ordine mondiale, ha nel nostro Paese la spettrale immagine di un esodo senza ritorno.

Se ne vanno i migliori, i più coraggiosi, i ribelli della lotta contro i nepotismi e le corruttele. Nulla arriva dall’Europa e dal mondo.

Il che ci fa dire come in questo periodo l’Italia non venga considerata un Paese ove un soggetto intelligente e dinamico possa realizzare i suoi obiettivi: di progresso e di protagonismo partecipativo e umano. Ecco in gran parte il perché della nuova emigrazione intellettuale, che ha caratterizzato, soprattutto, gli ultimi 10 anni (tra il 2001 al 2006 è stato registrato un incremento del 53,2% dei laureate iscritti all’Aire).

Complessivamente, gli italiani con un passaporto sono, oggi, quasi 4 milioni, in prevalenza concentrati in Europa, il 56 per cento. Due dati curiosi: la Regione con più emigrati è la Sicilia con 646 mila emigrati; la provincia, pensate un po’, è Roma, con 263 mila emigrati.

L’Italia, lo Stato italiano con le sue istituzioni, come si è rapportata a questa presenza italiana residente all’estero?

Nel Secondo Dopoguerra l’Italia avvia una politica emigratoria

Il primo accordo (bilaterale) che l’Italia firma con un Paese estero in merito alla regolazione dei flussi è quello con la Svizzera, nel lontano 1868. Era evidente, data la prossimità della Confederazione Elvetica. Solo nel Dopoguerra, a partire dal 1946, furono firmati accordi di emigrazione con il Belgio (capofila), e poi tutti gli gli altri, Lussemburgo, Argentina, Svezia, Francia, Gran Bretagna, Olanda, Brasile, Uruguay, Australia, Canada.

Prima, con la creazione nel 1901 del Commissariato Generale dell’Emigrazione si rese l’espatrio tutelato dall’azione speculativa da intermediari e agenti delle compagnie di navigazione, autori, in quel periodo, di enormi arricchimenti. Poi, dal 1921 una serie di conferenze internazionali a Roma per disciplinare i flussi migratori. Infine, dal Dopoguerra successivo al 2° Conflitto Mondiale, l’Italia inizia a sviluppare una, pur insufficiente politica emigratoria.

Noi, come dicevo, la mia generazione, appartiene a questa fase in cui si inizia a costruire il legame tra l’Italia e gli italiani all’estero, mentre il fenomeno migratorio si inscrive pienamente nei 150 anni di storia dell’Unità d’Italia.

Un dato ricorrente vale la pena sottolineare: non è solo il maggiore disagio economico italiano a scatenare l’emigrazione, come i più elementari principi economici ci insegnano,   ma l’incapacità del sistema economico italiano ad assorbire la manodopera eccedente.

Le caratteristiche del capitalismo italiano

Se pensiamo che la seconda fase migratoria (1901-1915) coincide con l’industrializzazione italiana. Oppure al periodo degli anni ’60, grande crescita del Paese e grande emigrazione dal Sud Italia verso il nord e vcerso i paesi europei..

Perché in Italia è avvenuto? La mia risposta, attuale ancora oggi: nessuna politica di sviluppo che si proponesse un reale processo di unificazione dell’Italia repubblicana; un mezzogiorno immiserito in un assistenzialismo che perdura all’infinito e diviene esso stesso cultura di vita.

Ciò spiega perché oggi, nonostante l’Italia sia divenuto un Paese di immigrazione (quasi 4 milioni, nel 1. gennaio 2009 erano 3.891.295), continui anche ad essere un Paese di emigrazione, in alcuni casi una nuova manovalanza al servizio degli avanzati paesi dell’Unione europea (Germania).

Questo è il tratto economico che distingue l’Italia dagli altri Paesi europei: crescita debole (0,5%, quando va bene) e insediamenti occupazionali a macchia di leopardo.

Analizzando i cicli migratori e le aree di maggiore esodo, si comprendono perfettamente le caratteristiche del capitalismo e dell’imprenditoria italiana.   È inconfutabile allora la seguente tesi: l’emigrazione italiana è l’altra faccia dell’Italia. Compiuta questa analisi, non mi sento neanche di dire che gli italiani all’estero sono una risorsa per l’Italia.

Essi sono parte integrante dell’Italia. Quindi, destinatari di una politica dell’Italia, alla pari di tutti gli altri cittadini residenti nel territorio nazionale.

L’emigrazione, l’altra faccia dell’Italia

Questa consapevolezza ha spinto noi italiani residenti all’estero a condurre dagli anni ’60 in poi azioni di rivendicazioni per servizi e diritti. Nel 1975 si svolge la Prima Conferenza Nazionale dell’Emigrazione; nel 1976 sulla scia di quell’iniziativa istituzionale, il governo italiano crea il Comitato interministeriale per l’emigrazione; nel 1985 vengono istituiti i Comites; 1988 si svolge la Seconda Conferenza per l’emigrazione e viene istituita l’Anagrafe degli Italiani residenti all’estero (Aire); nel 1989 il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero (CGIE).

Il rinnovato interesse, fa scaturire La Prima conferenza nazionale degli italiani nel mondo (è cambiata anche la dizione da emigrati a italiani) nel 2000, con il centro sinistra. È in questa fase che torna alla ribalta il tema della rappresentanza politica degli italiani all’estero. Una questione antica che risale all’inizio del ‘900. Nel dicembre 2001 viene approvata la legge sul diritto di voto per gli italiani all’estero: 12 deputati e 6 senatori. Nonché il diritto di esprimere il voto anche nelle iniziative referendarie.

Unitamente alle norme legislative che regolano l’insegnamento della lingua e cultura italiana (legge del 1971, aggiornata dal decreto legislativo del 1994 e dalla circolare dell’agosto 2003) e il recupero della cittadinanza (la prima del 1912 e poi l’ultima del 1992, aggiornata nell’agosto 2006), in tutti questi anni è stato costruito un complesso sistema legislativo che effettivamente lega l’Italia agli italiani all’estero.  Recidere questo legame mi pare, francamente, alquanto miope e complicato.  Aldilà delle volontà  politiche di ogni governo.

I legami istituzionali tra lo Stato e gli italiani all’estero

Il tema della conferenza “L’Italia e gli italiani nel mondo. Quali prospettive per non spezzare questo legame”, non vorrei che desse l’dea di una relazione statica, perché io penso soprattutto a come valorizzare questo legame, dando così l’dea di una relazione dinamica, nella quale c’è un dare e un avere; c’è un’evoluzione. Così come è avvenuta in 150 anni di storia dell’emigrazione italiana nel mondo.

Certo, in questi ultimi anni è maturata la consapevolezza che l’emigrazione italiana nel mondo è cambiata, perché oltre alle nuove generazioni che sono cresciute nell’epoca della globalizzazione, va affievolendosi quel legame affettivo che “legava”, questo sì, i connazionali al loro paesino di origine.

Perciò io parlerei di relazioni e non di legami.  Si viaggia di più, le destinazioni si scelgono in base ai costi e alle tendenze più in voga; il rientro in Italia non è più visto come progetto di vita; l’integrazione nei paesi di residenza si sostanzia con l’acquisto della casa, simbolo della stabilizzazione, o meglio, della “stanzialità dell’emigrazione italiana”.

Queste sono analisi sociologiche. Noi, però, siamo un partito che elegge i suoi rappresentanti in parlamento,  e chi sta in Parlamento  produce politica: cioè leggi e normative che regolano gli interventi dello Stato italiano a favore o contro gli interessi degli italiani all’estero. Una legge, quindi, che può favorire o penalizzare. Voglio dirlo con franchezza, sono preoccupato ma non pessimista.

I tagli scriteriati di questo governo

I tagli operati scriteriatamente dall’attuale governo in ogni settore di intervento dello stato  italiano all’estero, sono il frutto di un’irresponsabile perdita di memoria storica e di incapacità di comprendere quali sono i reali interessi dell’Italia nel mondo, forse e persino di un miope disegno punitivo. Abbiamo combattuto questa politica ovunque, all’estero e nel parlamento repubblicano, talvolta con successo, limitando al massimo più gravi danni alle nostre comunità.

Non mi riconosco, tuttavia, nell’allarmismo sui rischi di uno smantellamento generale dei servizi finora erogati agli italiani nel mondo. La battaglia non è perduta. Se è vero che sta mutando il quadro dell’italianità generale, la politica deve sapersi muovere e adattare la modalità di intervento delle proprie istituzioni.

Gli interventi pensionistici saranno sempre più residuali; le pratiche consolari, a cominciare dai passaporti, caleranno con l’innalzamento degli anni di validità; la formazione professionale sarà sempre più a carico delle istituzioni locali; le scuole italiane diminuiranno e resteranno solo quelle d’eccellenza; molti enti dovranno essere accorpati o cambiare la loro ragione sociale (Enit, Camere di Commercio; Ice; sportelli commerciali e di rappresentanza delle Regioni); I funzionari consolari potranno  sempre più essere sostituiti da impiegati residenti in loco.

Cominciamo, quindi, a separare ciò che non servirà più da ciò che sarà vitale per l’Italia. Finora, abbiamo e molto spesso difeso tutto. Anche le questioni più anacronistiche. Ora, se vogliamo dare un impianto riformista al Partito democratico, dobbiamo cominciare a dire cosa va cambiato e non soltanto cosa va difeso.

Ruolo degli Enti locali e delle comunità all’estero

Alla perdita di attenzione da parte di questo Governo nei confronti degli italiani nel mondo, resiste e si consolida quella di altre Istituzioni e di alcune Regioni: il Friuli Venezia Giulia emana un bando per la distribuzione degli assegni destinati agli studenti universitari residenti in Friuli Venezia Giulia che frequentino università o istituti di istruzione superiore all’estero per l’anno accademico 2010/2011; la Provincia autonoma di Trento e il Centro di documentazione sulla storia dell’emigrazione trentina offre premi di laurea sull’emigrazione trentina che saranno discusse nelle università italiane e straniere; ad Alia (Palermo), nel solco delle iniziative realizzate in precedenza, anche quest’anno il Consiglio Comunale ha promosso un incontro istituzionale con gli emigrati aliesi, che in questo periodo di vacanze si trovano numerosi nel paese maronita; in numerose cittadine sono stati inaugurate sezioni del Museo dell’Emigrazione; in altre si svolgono le giornate del ritorno degli emigrati.

Ho fatto solo alcuni esempi, ma ce ne sono migliaia in tutta Italia. Per non parlare poi dei tanti programmi televisivi e radiofonici condotti negli ultimo 15 anni. Cosa voglio dire? Che la memoria dell’emigrazione in Italia c’è ed è viva. Gli italiani la ricordano. Noi non stiamo lavorando su un terreno arido.

Per quanto riguarda le risorse, invece, permettemi di fare un esempio positivo e incoraggiante. La Casa d’Italia di Zurigo rischiava di dover chiudere i battenti per alcuni servizi fuori norma rispetto agli standard locali. Un’iniziativa seria, promossa da politica, istituzioni e organismi democratici, ne ha scongiurato la minaccia e dal Ministero sono arrivati 300 mila euro per alcuni lavori di manutenzione non rinviabili.

A Zurigo si poteva fare il catastrofismo e organizzare manifestazioni davanti al Consolato. Si è, al contrario, scelta la strada dell’impegno e  del progetto di rilancio. Così è stato. La Casa d’Italia di Zurigo come polo scolastico d’eccellenza (scuola bilingue e partecipazione del Cantone ai finanziamenti degli insegnanti): dall’asilo alla scuola superiore, con l’arrivo del Liceo Scientifico-Linguistico Vermigli (privato).

É solo un esempio. Ma tutto ciò mi spinge ad essere ottimista. E ancora: la partecipazione dei genitori ai costi dei corsi di lingua e cultura, forniti ai loro figli, un ragionevole atto di responsabilità. Il taglio è stato imponente, addirittura del 50 per cento in due anni. Così come del 50 per cento è stato il taglio praticato ai finanziamenti destinati alla Società Dante Alighieri. In Parlamento e tra le comunità emigrate la nostra opposizione è stata forte, con scarsi risultati, purtroppo. Nel frattempo, però, occorreva che i servizi fossero messi in salvo assicurando la diffusione estesa della lingua e della cultura italiana nel mondo.

Noi dobbiamo batterci per sconfiggere il governo per tornare ad una politica equa. Ma nel frattempo? Ci chiudiamo in Parlamento e nelle aule delle Commissioni invece di andare a incontrare la gente e spiegare cosa sta accadendo? Accolgo con entusiasmo, quindi, la proposta del nostro Segretario Pier Luigi Bersani, per un’azione capillare di informazione  nel prossimo autunno.

Io sono convinto che questa politica “scellerata” condotta dal governo Berlusconi, non potrà estendersi anche alle rappresentanze democratiche. Comites, Cgie, Voto e rappresentanza sono capisaldi di un impianto di partecipazione democratica costruito negli ultimi vent’anni attraverso il protagonismo di tanti nostri connazionali organizzati in quelle oltre diecimila associazioni sparse nel mondo.

Gli italiani che hanno conservato il passaporto italiano e sono spesso doppi cittadini, sentono di appartenere ad un’identità nazionale, la quale è politica, partecipativa, culturale, portatrice di un messaggio aperto all’incontro con culture e tradizioni del mondo globale.

Io, per intenderci, la penso un po’ come il celebre sociologo Zygmunt Bauman, quando afferma “che il multiculturalismo - termine molto alla moda, anche alla festa del Pd a Torino – riflette l’esperienza di vita di una nuova èlite globale che, ovunque viaggi, trova altri membri della stessa èlite che parlano delle stesse cose”.

Rinegoziare con i governi servizi e risorse

Penso e credo, che le masse popolari abbiano sempre bisogno di qualcosa con cui potersi identificare. E l’Italia, per molti dei nostri connazionali, rappresenta quel “qualcosa”. Da non fraintendere, ovviamente, con quelle forme vecchie e nuove di identità nazionali e culturali chiuse, incapaci di convivere con le differenze o di interagire con la cultura locale.

La presentazione al Senato e alla Camera del Disegno di legge relativo alle Modifiche alla legge 27 dicembre 2001, n. 459, quella sull’esercizio del voto all’estero, presentata dai nostri gruppo parlamentari guidati da Anna Finocchiaro (Senato) e Dario Franceschini (Camera dei Deputati), rappresenta per noi parlamentari eletti all’estero, per le organizzazioni del Pd  e per il nostro Dipartimento Pd Mondo, motivo di soddisfazione per aver portato tutto il partito a difendere un’importante riforma costituzionale, che ha permesso concretamente  a milioni di connazionali di uscire dall’anonimato politico e alle organizzazioni degli italiani nel mondo di misurarsi con la democrazia.

Il voto e la rappresentanza nel parlamento repubblicano, i Comites, il Consiglio Generale degli italiani all’estero, sono gli assi portanti del rapporto dell’Italia con il suo popolo sparso nel mondo. Su questo terreno non si può indietreggiare. La nostra posizione, quella del Pd, chiara e univoca.

I campi di azione sono tre: uno è quello dei servizi, che lo Stato italiano, anche attraverso le nuove articolazioni federali, eroga direttamente o indirettamente attraverso finanziamenti a favore di una pluralità di istituzioni e enti;  l’altro è quello della partecipazione democratica che si esplicita con voto all’estero, Comites e  Cgie; il terzo, quello dei rapporti con le istituzioni, politiche, sociali e civili, locali, con particolare riguardo all’Unione europea

Da una parte allora abbiamo le relazioni (il dare e l’avere di cui parlavo all’inizio), dall’altra legami (leggi e diritti). Lo sviluppo di nuove forme di relazioni (cioè rinegoziare la mappa dei servizi e l’entità delle risorse) non può prescindere dai legami, che sono la piattaforma sulla quale si costruiscono le relazioni. Sta a noi tutti, impegnarci in questa rinegoziazione per costruire nuove forme di relazioni tra gli italiani nel Mondo e l’Italia.

Una politica riformista del Partito Democratico

Il Partito democratico è il protagonista di questa azione. Senza un grande Partito democratico la battaglia la perderemo noi e la perderanno, soprattutto, le future generazioni. Il partito democratico, l’unione dei riformismi italiani della sinistra e del cattolicesimo sociale che si riconoscono nella straordinaria tradizione democratica dell’Italia repubblicana. Spesso e per lungo tempo divisi, ma mai sui valori fondanti nati dallo spirito di libertà della resistenza scritti nella costituzione repubblicana.

E permettetemi di affermare con un certo orgoglio di definire noi, democratici nel mondo, gli antesignani di una peculiare tradizione unitaria. Divisi in Italia, uniti nel mondo. Costruttori di un associazionismo aperto alle menti e ai cuori dei protagonisti, aperto alle loro idee, ai contributi intellettivi e umani di ognuno. Costruttori di straordinari comitati cittadini e nazionali d’intesa in ogni parte del mondo per fornire alla nostra comunità gli strumenti per realizzare il riscatto. Costruttori di democrazia e di unità democratica.

L’ulivo al cui simbolo, Pier Luigi Bersani, si appella per costruire l’alleanza democratica per una politica di rinnovamento politico e morale del nostro Paese, è dentro, da sempre, spesso inconsapevolmente, nelle azioni dei protagonisti di questa nostra storia. Costruiamo dunque il partito democratico.

Senza guardare al passato per dividerci, ma per unire protagonismi e guardare avanti sul cammino e per una meta esaltante e ambita. Non partiamo da zero: la mobilitazione di tanti militanti organizzati negli oltre duecento circoli Pd in ogni area continentale,  i tredicimila elettrici e elettori che hanno inteso esprimere una scelta di impegno e speranza  in occasione delle primarie, rappresentano i primi fondamentali pilastri della casa democratica.

Siamo consapevoli di operare tra tante difficoltà e in spazi continentali che rendono il nostro lavoro difficile e complesso, nonchè il massimo di attenzione e di aiuto politico e finanziario del nostro partito.

Con la passione, il lavoro dei nostri militanti impegnati nelle associazioni, negli organismi elettivi italiani e locali, il contributo degli eletti nel parlamento repubblicano, il successo non mancherà. (Gianni Farina*)

* Deputato del Pd eletto nella ripartizione Europa (relazione introduttiva alla conferenza di sabato 11 settembre alla Festa democratica di Torino)

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