Data odierna 19-11-2017

Fotografare l’emigrazione italiana tra ritorni e partenze: questo l’obiettivo del Convegno “L’emigrazione italiana: un percorso a senso unico?” organizzato al Museo nazionale dell’Emigrazione...

Emigrazione percorso a senso unico? l’on. Narducci (Pd) al MEI

Fotografare l’emigrazione italiana tra ritorni e partenze: questo l’obiettivo del Convegno “L’emigrazione italiana: un percorso a senso unico?” organizzato al Museo nazionale dell’Emigrazione oggi a Roma. Ad aprire i lavori questa mattina al Vittoriano, alla presenza del Direttore generale per gli italiani all’estero Carla Zuppetti, è stato l’onorevole Franco Narducci, deputato Pd eletto in Europa e vicepresidente della Commissione Esteri alla Camera.

Narducci, che ha presentato nelle scorse settimane una proposta di legge per dotare il Mei di strumenti adeguati alla prosecuzione della sua missione, oltre che della sua stessa esistenza (Disposizioni per l’organizzazione e il funzionamento del Museo nazionale dell’emigrazione italiana), ha evidenziato l’importanza di “un luogo di incontro” in cui, anche attraverso i convegni, “si parla e discute della realtà dinamica dell’emigrazione”.

Di ritorno ad Milano, dove ieri ha partecipato all’incontro Aikal-Unaie sulla presenza degli italiani all’estero ad Expo 2015, Narducci ha spiegato che, anche attraverso questa iniziativa, si vuole “ricostruire il legame con i nostri connazionali, che si sta affievolendo solo da parte dell’Italia”. Nel 1906, ha ricordato, alla prima esposizione universale di Milano, “all’interno del Padiglione Italia fu costruita la Casa degli italiani nel mondo”. Esperienza che ora si vuole ripetere e che vuole essere “una grande opportunità” sia “per l’Italia che può mettere in vetrina le eccellenze e i progressi italiani all’estero” sia per gli italiani nel che “possono dimostrare che l’emigrazione ha ancora molto da dare e da dire al Paese”.

Il punto, dunque, è imparare finalmente a “considerare la comunità degli italiani all’estero che guarda al Paese e che ha un legame fortissimo con le proprie origini e a valorizzare questo capitale sociale, umano e culturale, anche attraverso Expo2015″.

Che il legame con l’Italia sia ancora forte lo dimostra, tra le altre cose, anche la “straordinaria partecipazione dei connazionali agli eventi organizzati ovunque nel mondo per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Una festa incredibile che continua fino a dicembre”, ha detto Narducci, citando in particolare i 60mila che hanno applaudito a Basilea la Fanfara dei Bersaglieri.

Manifestazioni che hanno anche il merito di presentare all’estero un’Italia diversa da quella raccontata dalla stampa estera, un Paese “che non merita sorrisetti, perché abbiamo competenze ed orgoglio. E gli italiani all’estero comunicano questa Italia alle altre comunità”.

“Comunità – ha proseguito Narducci – è un termine che ha diverse accezioni. Baldassetti di Glocus e Locus parla di “italici” non di italiani all’estero, una nozione che comprende tutte le persone venute a contatto con la nostra cultura e che formano una “meta Italia” che Globus e Locus quantifica in 300milioni di individui. Dobbiamo avere la capacità di parlare anche a loro, agli italici”.

Dal canto suo, il Mei “ha il grande compito di tenere viva la memoria storica dell’emigrazione soprattutto in questa fase che il Ministro Zuppetti conosce bene, visto che ha avuto l’ingrato compito di tosare i nostri capitoli di spesa, non certo per sua colpa, ma per le scelte del Consiglio di Amministrazione del Ministero degli Esteri vista la crisi finanziaria”. Scelte, ha comunque puntualizzato il deputato, che “hanno penalizzato soprattutto la cooperazione e, appunto, le politiche migratorie, visto che si parla di tagli del 73% in 3 anni. Di fronte a questa situazione, noi possiamo lavorare, sgolarci e pubblicare di tutto, darci da fare per mantenere memoria e legami con gli italiani all’estero, ma certamente annotiamo la mancanza di riconoscenza e soprattutto di una strategia, di una visione”.

In questo senso, per Narducci, “il titolo del convegno di oggi è esaustivo: l’emigrazione ha avuto sempre un senso unico. È sempre stato così”, ha ribadito, ricordando il grande apporto dei connazionali nella ricostruzione del Paese nel dopoguerra. Un lavoro, il loro, svolto ed apprezzato all’estero e che “ha aperto la strada alle nostre imprese”. Così tanto che “uno studio svolto nel 2000 per la I Conferenza degli italiani nel mondo quantificò il valore dell’indotto italiano nel mondo – turismo di ritorno, rimesse, promozione del Made in Italy, imprese nate all’estero in collegamento con l’Italia – in 120mila miliardi, e senza contare la cantieristica”.

Anche oggi, ha aggiunto, “i dati ci dicono che le esportazioni italiane aumentano, soprattutto nelle aree dove ci sono molti connazionali o loro discendenti, oltre che, ovviamente, nei nuovi mercati”. Ma questo, ha precisato, “non deve farci dare per scontato che nei Paesi di vecchia emigrazione tutto continui automaticamente, quasi autogenerandosi. Servono strutture consolari, servono servizi senza i quali non si può coniugare la promozione del Sistema Italia di cui parliamo nei convegni”.

“Credo che gli italiani all’estero continueranno a mantenere vivo il legame con il Paese nonostante i tagli, in primis alla stampa italiana all’estero, ai consolati, alla promozione della lingua e cultura. Ma i contraccolpi li abbiamo. Basti guardare alla posizione, per me inaccettabile, che ha l’Italia nella classifica dei Paesi che attraggono più turisti. Siamo al sesto o settimo posto, quando dovremmo occupare ben altra posizione. Dobbiamo mettere più a sistema il nostro potenziale. Il Mei vuole contribuire a dare spazio al patrimonio simbolico della comunità che valica i confini nazionali, un contributo immateriale, essenziale per costruire e migliorare l’immagine e la reputazione del nostro Paese e contribuire a creare il Sistema Paese che nella globalizzazione è importantissimo”.

Dunque “occorre fare scelte che non penalizzino il potenziale dell’Italia e occorre tornare a pensare in grande, perché se no non saremo in grado di mantenere il passo con gli altri Paesi”. Per farlo, si deve anche “frenare l’emorragia di giovani che lasciano l’Italia per le’stero. I nostri giovani migliori se ne vanno e credo che la legge bipartisan approvata l’anno scorso per favorire il loro rientro non tanto successo: prima di tutto per le lungaggini burocratiche e poi perché non è solo un problema di retribuzione, ma di qualità dl lavoro in generale”.

D’altro canto, “il fatto che 300mila giovani negli ultimi 10 anni abbiano trovato lavoro all’estero dimostra la qualità del nostro sistema di formazione”. Significa cioè che “l’Italia ha grandi capacità e che deve tornare a pensare in grande”.

Di ritorni in senso stretto ha parlato Maddalena Tirabassi del “Centro Altreitalie – Globus et Locus”, che ha elencato le “varie tipologie” di un fenomeno “non ancora sufficientemente studiato”.

“Le migrazioni – ha spiegato – sono sempre state circolari, dunque i numeri vanno interpretati. I ritorni degli emigrati ci sono sempre stati, ma sono stati registrati solo dal 1921 in poi. In totale, fino all’anno scorso, oltre 11 milioni sono rientrati in Italia, ma è un pezzo di storia da scrivere”. I picchi, ha aggiunto, “si sono verificati tra gli anni ’20 e ‘30 e tra i ‘50 e ’60, poi con una certa continuità sono proseguiti fino ai nostri gironi. In sintesi si tratta, ma è un dato da prendere con cautela, di un terzo di chi è partito”.

“C’è poca storiografia sull’argomento – ha ribadito Tirabassi – ma i fenomeni migratori raramente sono a senso unico, sono invece circolari. C’è una casistica enorme sulle tipologie di rientri che cercherò di sintetizzare”.

Al primo posto c’è l’emigrato “pendolare”, stagionale o annuale, che rientra sistematicamente; “poi ritorna di chi è stato sconfitto nel proprio progetto migratorio, ma torna al paese anche chi ha guadagnato abbastanza per comprare una casa o un campo da lavorare. È impressionante – ha detto in proposito Tirabassi – lo spazio dato ai rientri nelle inchieste agrarie primi del ‘900, dove grande enfasi veniva data all’impatto dell’emigrazione sul paesaggio agrario: in sostanza le case degli “americani” hanno cambiato la fin isonomia del paese”.

“Ci sono poi stati i ritorni spinti dalle crisi dei Paesi di emigrazione, basti pensare al 1907 o al 1908. Quelli erano veri e propri rientri di massa forzati. Da non dimenticare – ha aggiunto – che si tornava anche per prendere moglie”.

Tra i capitoli ancora da scoprire, la studiosa ha citato “l’impatto dell’emigrazione di ritorno legata alla esperienza post coloniale italiana”, mentre tra i “falsi rientri” vanno annoverati “quelli delle seconde e terze generazioni, soprattutto dall’America Latina, a causa di crisi economiche e politiche, legati alla acquisizione della cittadinanza italiana”.

E si arriva alla nuova mobilità: un fenomeno importante, in crescita ma difficilmente quantificabile perché, “i giovani non si iscrivono all’Aire e perché si muovono con molta facilità nell’era post Shenghen, senza più frontiere. Ciò che emerge è che i giovani oggi sono più liberi di partire, ma non sono altrettanto liberi nello scegliere di tornare perché all’estero trovano condizioni lavorative e di vita migliori che in Italia. Ma così – ha concluso – si rischia di interrompere la circolarità dei movimenti migratori”.

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