Data odierna 20-06-2018

Ferdinand Lassalle, leader operaio e precursore della socialdemocrazia europea diceva che “in uno stato costituzionale il vero sovrano è l’elettore”. Sono passati 150, e l’elettorato in genere...

Eccezione Labour di Valeria Carmia

Ferdinand Lassalle, leader operaio e precursore della socialdemocrazia europea diceva che “in uno stato costituzionale il vero sovrano è l’elettore”. Sono passati 150, e l’elettorato in genere di fiducia nell’idea politica socialdemocratica ne ha ben poca.

Quasi ovunque in Europa i partiti socialdemocratici e socialisti annaspano, arretrano, perdono pezzi e consensi. In Germania, il risultato elettorale del Partito socialdemocratico (Spd) alle elezioni parlamentari del 2017 è stato il peggiore, storicamente. Nello stesso anno, il partito socialista francese (PS) non ha nemmeno avuto accesso al ballottaggio alle elezioni presidenziali. Anche nei Paesi Bassi e in Repubblica Cieca i socialdemocratici arrancano, perdendo rispettivamente 19 e 13 punti percentuali. In Grecia il Pasok è quasi pressoché ininfluente. In Austria il Partito socialdemocratico (SpÖ) non è al governo e ha perso quasi 10 punti percentuali in 15 anni. In Spagna il Partito socialista spagnolo (Psoe) cerca di non perdere il 22 per cento dei consensi che gli rimangono. L’Italia non fa eccezione, anzi. Il Partito Democratico (PD) guidato da Renzi è rimasto decisamente sotto la soglia del 20% alle ultime elezioni politiche dello scorso maggio. Quasi ovunque hanno preso forza nuove forze politiche populiste, che – scrive Damilano (Espresso 1 aprile 2018) – prendono voti dal centro. Tra i populisti di destra: “Alternative fuer Deutschland” (AfD) in Germania, Front National di Marine Le Pen in Francia, “Diritto e giustizia” di Jaroslaw Kaczynski in Polonia, Partito della Libertà (Fpoe) di Norbert Hofer in Austria. Contro il sistema, a sinistra, sono nati Tsipras in Grecia e Podemos in Spagna, anche se con risultati elettorali e capacità politiche molto diverse.

In questo panorama solo il Labour di Jeremy Corbyn fa un po’ da eccezione. Nel Regno Unito, un anno dopo il referendum sull’uscita dall’UE, il partito laburista è in continua crescita al punto che i sondaggi credono abbia possibilità di vincere le prossime elezioni politiche.

In parte è l’effetto delle divisioni del partito conservatore. Da ringraziare c’è anche il modello proporzionale inglese, che rende difficile l’affermarsi politico di forse nuove, dunque anche populiste. Un po’ di merito va anche al messaggio laburista stesso: una radicale redistribuzione della ricchezza per la costruzione del socialismo. Ma soprattutto, da non dimenticare, è il coraggio partito guidato da Corbyn a non trascurare le domande ‘reali’ dell’elettorato. Ecco la vera differenza tra il Labour e gli amici socialdemocratici in Europa: il primo cerca (in modo più o meno giusto, più o meno condivisibile) di rispondere alle domande, alle paure, ai timori dell’elettorato, mentre i secondi inseguono le paure dell’elettorato cavalcate dai partiti populisti. I laburisti inglesi non glissano sulla crescente disuguaglianza di reddito; sui problemi legati alla privatizzazione di ferrovie, acqua ed energia elettrica; sugli scarsi investimenti in ambito universitario negli anni del governo Tory. Altrove, invece, i partiti socialdemocratici rimangono incapaci di dettare l’agenda politica, mentre si adattano ai discorsi e al linguaggio identitario portato sulla scena politica dal populismo (Economist 31 marzo 2018).  Il problema è che bendarsi gli occhi, scegliendo di attaccarsi al carro di coloro, populisti, che gridano che le cose non vanno, ha conseguenze disastrose.

 

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