Data odierna 20-09-2017

Il suo vero nome era Giulietta e avrebbe fra qualche mese compiuto ottant’anni, figlia di un militare e sorella di Lorenzo, noto pittore. Si è spenta ieri nella Seconda Clinica Neurologica del Policlinico...

Il suo vero nome era Giulietta e avrebbe fra qualche mese compiuto ottant’anni, figlia di un militare e sorella di Lorenzo, noto pittore. Si è spenta ieri nella Seconda Clinica Neurologica del Policlinico di Roma Lietta Tornabuoni, nata nel 1931 e notissima critico cinematografico, che aveva cominciato la carriera giovanissima, a soli diciott’anni, passando da Noi Donne a Novella, all’Espresso, al Corriere della sera, per poi approdare a La Stampa.  Una carriera durata 60 anni, fatta di  “recensioni asciutte e puntuali”, in grado di cogliere sempre “il senso profondo dei film”, come scrivono oggi su La Stampa. “Indimenticabili – si legge ancora – i suoi ritratti dei grandi del cinema che aveva conosciuto, come quello, tra gli ultimi, della grande sceneggiatrice Suso Cecchi d’Amico scomparsa in agosto”. Per L’Espresso, curava ogni settimana la rubrica dedicata al cinema. L’ultima sua  fatica, si potrà leggere sull’Espresso in edicola venerdì prossimo ed è dedicata al film “Kill Me Please”, del regista francese Olias Barco: una pellicola che, scriveva Lietta, “affronta l’argomento rimosso per eccellenza della nostra epoca, la morte”. La grande sorella di sempre, per affinità elettiva e per scelta, Natalia Aspesi, ha ricordato che nei  suoi articoli era sempre assente quel “colore” che capi e capetti delle redazioni esigevano per pigrizia dalle inviate, niente merletti di parole ma una prosa limpida, necessaria, elegante. Ogni fatto, ogni particolare, ogni nome controllati con implacabile precisione. In alcuni casi classifiche e graduatorie possono apparire insensate ma lei, la Tornabuoni, è stata la giornalista, o il giornalista, come alcuni preferivano definirla. Oriana Fallaci o Camilla Cederna, di sicuro più note al pubblico, erano anche altro, in loro la professione si mescolava a un modo di essere, a un protagonismo esistenziale che in qualche modo ne alterava il ruolo. Lietta per inclinazione e scelta voleva essere soltanto il proprio lavoro. Non si faceva problemi ad alternare il mestiere del critico a quello del cronista, guardava la realtà con curiosità inesausta e affettuoso disincanto, senso dell’umorismo tutto toscano e severo rigore sabaudo, prima di tutto con se stessa. Anche per chi la conosceva da vari decenni il versante privato restava in ombra. Una discrezione rara la sua, che aveva reso poco visibile persino il lunghissimo legame con Oreste del Buono. Aveva molti amici ma era sola, e in questo era una giornalista all’antica. E c’è stato anche chi, come Daniela Righetti su Il Fatto Quotidiano, ne ha ricordato la bellezza del volto di Madonna toscana e  l’instancabile presenza come figura inconfondibile ai grandi eventi di cronaca e ai festival del cinema, lamentato la quasi invisibilità della sua morte nei notiziari televisivi,  con  al massimo pezzi brevi e tirati via, quasi per forza. Fra le molte sue cose memorabili (per me), resta in assoluto eccelso un articolo, del 2009, su La Stampa, in cui accusava il cinema “commedia pecoreccia” di essere il veicolo con cui è stato sdoganato il berlusconismo, inteso come quel vizio di circondarsi di belle fighe senza cervello e di fare battute/dichiarazioni che mettono in ridicolo l’intero paese. Questo cinema, quello con Alvaro Vitali, Edwige Fenech e Viva la foca, il progenitore dei “cinepattoni” di oggi, è il frutto, diceva Lietta, della povertà culturale della nostra piccola borghesia, che ha prodotto un cinemino povero povero, che viene giustamente sbeffeggiato ai festival e nella inutilità di quella che avrebbe dovuto essere la nostra critica blasonata. Questi film piacciono ai ragazzini e ai loro padri nello stesso modo. Perché? Domanda sciocca: perché fanno ridere in modo grasso e licenzioso, e per la maggioranza italiana, come Berlusconi ha capito benissimo, ridere è il massimo, come ben sanno il berlusconismo dilagante e l’antiberlusconismo di rimando e quella cosa indefinita che è il pidiessismo.

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