Data odierna 22-09-2017

Ricercatori. Imprenditori, professionisti, docenti universitari, ristoratori: tanti nostri connazionali hanno avuto successo all’estero. Una piccola parte di questa eccellenza “esportata” è da...

Ricercatori. Imprenditori, professionisti, docenti universitari, ristoratori: tanti nostri connazionali hanno avuto successo all’estero. Una piccola parte di questa eccellenza “esportata” è da ieri mattina riunita a Villa Manin di Passariano di Codroipo, in provincia di Udine: 80 i delegati provenienti da 28 Paesi che partecipano alla Conferenza dei protagonisti italiani nel mondo organizzata dalla Farnesina in collaborazione con Regione Friuli Venezia Giulia. Dopo la sessione di apertura,dedicata agli interventi politici e istituzionali, nel pomeriggio la parola è passata finalmente a loro, ai “protagonisti”, portatori di diverse esperienze professionali, così come di vita, ma tutti d’accordo nel definire insufficiente il supporto alle loro iniziative giunto dall’Italia.
In quattro, in particolare, hanno accettato di presentare la loro storia: Fillippo Bagnato, Ceo dell’Atr (Francia), Elena Matous proprietaria della Ser Beef (Argentina), Giorgio Mosconi medico e ricercatore (Usa), Saro Capozzoli fondatore della Jesa (Cina).
Filippo Bagnato è a capo dell’Atr, azienda italo-francese che costruisce aeroplani. Nata da una joint venture tra Alenia aeronautica e Eads è leader mondiale sul mercato della costruzione di aerei a medio e corto raggio. Bagnato vive a Tolosa e ha raccontato della sua avventura professionale, nata in salita, a ridosso dell’11 settembre, con tutte le compagnie aeree in crisi. A salvare l’azienda è stata l’India che, liberalizzando il settore, aveva bisogno di supporto per costruire compagnie aeree. Da lì, l’Atr si è espansa in tutto il Sud est asiatico anche grazie al lavoro “e lo dico con orgoglio” dei 4mila dipendenti italiani.
“L’Azienda, essendo italo-francese, è un osservatorio privilegiato per vedere come operano i due Sistema paese”, ha detto Bagnato. “La Francia, nel supporto delle imprese all’estero, è un’arma letale, sono efficacissimi!”. L’Italia ovviamente no, anche se ne avrebbe tutte le possibilità.
“Quando ho lavorato con Mae e Difesa, ma anche con il Ministero per le attività produttive per recuperare il gap che ci divide dalla Francia– ha spiegato Bagnato – ho trovato un terreno fertilissimo: persone propositive con tanta voglia di fare. Ci siamo messi a costruire la famosa “rete” partendo dalle cose pratiche, cioè dagli accordi tra Governi di una qualche sostanza, che non si limitassero cioè al “volemose bene”. Questo mi ha confermato che la base di cultura, capacità e disponibilità c’è. Dunque è ora di lavorare alla interoperabilità. Auspico che la nuova Direzione Generale Sistema Paese annunciata questa mattina da Mantica lavori in questo modo, perché solo così l’Italia può fare il suo “salto quantico” e passare dalla potenza all’atto”. A questa strategia, per Bagnato, deve necessariamente accompagnarsi “il rafforzamento di Sace e Simest”.
Elena Matous vive in Argentina dove dirige la Ser Beed, un’industria zootecnica che ha sede a San Luis, nel 2007 nominata “azienda dell’anno” nel Paese. L’azienda ha saputo introdurre elementi di innovazione per la produttività, l’efficienza e la sostenibilità dell’allevamento e coltivazione. Ha inoltre creato sinergie con altre imprese italiane. Proprietaria di spazi immensi in un terreno semi arido, che li mette al riparo dal pericolo contagio in caso di malattie delle migliaia di bovini che hanno, la Ser Beef nella gestione dell’allevamento ha introdotto fibre ottiche, costruito acquedotti fino ad arrivare alla semina via satellite (!) per fare in modo che in ogni metro quadrato di terreno si pianti solo l’esatta quantità di seme che può effettivamente crescere. Matous, che ha fatto lo start up della sua impresa poco prima della grande crisi argentina, ha molto pagato il periodo infausto e, ha detto, rivolgersi alla Sace e alla Simest non è stato proprio semplice perché le è stata chiesta una “forte garanzia” sul credito chiesto.
Tutt’altro il settore d’attività di Giorgio Mosconi, medico chirurgo specializzato nella ricerca di nuovi farmaci, dal 2010 membro del consiglio di amministrazione di Pierrel Spa. “L’Italia – ha sottolineato – contribuisce alla ricerca medica tanto quanto Canada o Regno Unito. Il problema che le pubblicazioni sulle riviste specializzate non si traducono in brevetti perché le banche non investono nelle idee”. Per dare un’idea della posizione del nostro Paese nel settore: la prima azienda farmaceutica italiana è la Menarini che occupa la 60esima posizione nella classifica mondiale. Di contro, gli italiani sono quarti nella classifica di consumatori di farmaci. “Praticamente siamo una terra di conquista!”, ha commentato Mosconi.
Posto che tra le eccellenze italiane, “la scienza medica è quella più difficilmente copiabile dai cinesi”, e dunque potrebbe essere un settore di punta su cui investire, Mosconi ha citato grandi scoperte fatte da italiani nel secolo scorso – antistaminici, l’antibiotico più usato al mondo, il farmaco che ha debellato la Tbc ma solo in occidente, visto che “di tubercolosi si muore ancora” – il ricercatore ha sottolineato che nessuna di queste fondamentali scoperte è diventata profitto per gli italiani che non hanno mai registrato il brevetto. Il b ancora oggi è costituito dal fatto che “l’Italia non ha sistemi che “rischiano” i propri investimenti nel lungo periodo: per fare un farmaco – ha spiegato – possono volerci anche 15 anni”.
Il ricercatore ha poi spiegato che ha rilevato insieme ad altri soci una società milanese che produceva antibiotici, salvandola dalla chiusura; comprato il centro, hanno investito nella ricerca e scoperto due nuovi farmaci. Giunto il momento dell’espansione, in Italia hanno trovato nuovi paletti che li hanno costretti ad “emigrare” negli Usa, dove si sono fatti quotare al Nasdaq per poi costituire una joint venture, poi rivenduta. Lodato l’Ambasciatore italiano negli Usa, Terzi di Sant’Agata per il lavoro di promozione che sta facendo nel Paese, Mosconi ha infine annunciato la costituzione di un fondo per venire ad investire in Italia.
Da Ovest ad Est, ultimo a parlare è stato Saro Capozzoli, giunto in Cina negli anni 90 con l’Eni e rimasto lì anche dopo aver lasciato la compagnia. Negli ultimi anni, il connazionale ha fondato la Jesa Investment Management & co. Ltd dedicata allo sviluppo di imprese italiane in Cina. Dal 2008 ha costituito il Fondo sovrano Idi Jesa per il sostegno di investimenti di società italiane nel gigante asiatico.
L’imprenditore ha raccontato come ha visto cambiare il paese sotto i suoi occhi: “quando sono arrivato, il cibo era razionato”, ha raccontato. Dal punto di vista imprenditoriale, poi, i cinesi sono passati dall’essere acquirenti del cosiddetto “pacchetto completo”, dunque produzione al 100% estera, ad un diverso approccio per cui pretendevano dalle imprese che si affacciavano sul mercato la formazione delle imprese cinesi così da arrivare al punto che solo il 30% di quello che serviva era prodotto all’estero. La maggior parte – il 70% – era made in China. Al contrario “il problema dell’Italia è che non si programma né pianifica nulla”.
Incredibile il fatto che nel Paese ci si ricordi di Ciano perché, ha spiegato Capozzoli, “negli anni 30 era lui l’ambasciatore e fu lui a siglare il primo gemellaggio tra Wanzhou (la città nel distretto di Shanghai da dove a quanto pare proviene la maggior parte degli immigrati cinesi in Italia – ndr) e Prato!”.
Quanto alla sua attività, dal 2001 ha portato 600 imprese italiane in Cina, grandi nomi così come piccole realtà. Il problema di tutte? “Hanno potenzialità, ma non i soldi. Il nostro compito,quindi,è quello di metterle insieme e farle lavorare”. Spietata l’analisi politica del nostro Paese comparata con gli altri grandi europei: “in 20 anni la Germania ha avuto 3 governi. L’Italia 7. Sempre è cambiata la direzione politica del paese nel confronto dell’estero: ecco perché penso che sia necessaria un’agenzia che dia queste indicazioni politiche a prescindere dal governo in carica”.
D’altro canto che il nostro paese non sappia cogliere le opportunità in Cina lo dicono i numeri: solo lo0,5% degli investimenti mondiali in Cina è italiano, “praticamente non siamo percepiti dal mercato”, ha commentato l’imprenditore che ha quindi criticato la “frammentazione della rappresentanza” dell’Italia che rende difficile, per un imprenditore, capire quale sia il suo interlocutore istituzionale. Di più: per Capozzoli “è assurdo che in Cina ci siano 3 consolati e in Svizzera 10”. Così com’è sbagliato relegare l’Ice a istituto che “va a fare fiere” quando potrebbe diventare “un centro studi di alto livello, in grado di vendere informazioni per le imprese che vogliono investire all’estero”.
Nel breve dibattito che è seguito, alcuni delegati hanno preso la parola per sottolineare diversi aspetti emersi: se Aloisio (Bicarest) ha sottolineato che “il Sistema paese va fatto soprattutto in Italia perché all’estero siamo costretti a farlo da noi”, Raffaella Schiavon Ermani, ricercatrice in Messico, ha “rimproverato” i colleghi per i troppi inglesismi usati nelle relazioni: “ci sono magnifiche parole in italiano che possiamo usare! Vi chiedo: dove abbiamo studiato tutti? In italia? E perché –ha chiesto – ancora non abbiamo parlato di università e formazione?”.

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