Data odierna 23-10-2017

No al trasferimento dei processi Mediaset e Ruby a Brescia: i procedimenti a carico di Silvio Berlusconi restano a Milano. Lo hanno deciso i giudici della Cassazione riuniti in camera di Consiglio. Il...

Cassazione: no a trasferimento, i processi di Berlusconi restano a Milano

No al trasferimento dei processi Mediaset e Ruby a Brescia: i procedimenti a carico di Silvio Berlusconi restano a Milano. Lo hanno deciso i giudici della Cassazione riuniti in camera di Consiglio. Il dispositivo della sentenza, firmato dal presidente della Sesta Sezione Penale della Suprema corte Giovanni De Roberto, è stringato: si “rigetta la richiesta di rimessione e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali”.

Durante l’udienza a porte chiuse, durata circa un’ora e mezza, i legali di Berlusconi, Niccolò Ghedini e Pietro Longo, hanno ribadito la loro richiesta di trasferimento “per legittimo sospetto”, rispetto a un presunto condizionamento dei giudici milanesi, dei due procedimenti che vedono coinvolto l’ex premier. Berlusconi aveva chiesto alla Cassazione di essere sentito, ma il 18 aprile scorso, con un’ordinanza interlocutoria, i giudici della Suprema Corte avevano respinto la richiesta sottolineando che l’audizione di un imputato è possibile solo in processi in materia di estradizione.

I due processi, dunque, finora sospesi in attesa della decisione della Cassazione, potranno continuare davanti ai magistrati di Milano. Il processo Ruby, che vede Berlusconi accusato di concussione e prostituzione minorile, è ancora fermo al primo grado.

Quanto al processo Mediaset, per il quale Berlusconi è stato condannato in primo grado a 4 anni, con l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, è attualmente in fase d’appello: il reato contestato all’ex premier è quello di frode fiscale per presunte irregolarità nell’acquisizione dei diritti tv.

Longo e Ghedini hanno anticipato che alla ripresa delle udienze, mercoledì prossimo, la difesa di Berlusconi chiederà un rinvio in attesa del verdetto della Consulta sul conflitto di attribuzione sollevato nel 2011 dalla Presidenza del Consiglio in relazione al rigetto da parte del Tribunale di un legittimo impedimento dell’ex premier.

Secondo la ricostruzione della Procura, il sistema organizzato da Fininvest negli anni Novanta per acquisire i diritti dei film americani era finalizzato a frodare il fisco. Comprando i diritti non dalle major, ma da una serie di intermediari e sottointermediari, era possibile gonfiarne il prezzo così da poter poi stornare la “cresta” a beneficio della famiglia Berlusconi. Fininvest quindi, secondo la tesi del pm Fabio De Pasquale, avrebbe sistematicamente aumentato il prezzo dei diritti di trasmissione dei film delle major americane. Facendo così avrebbe aumentato le voci passive dei propri bilanci, con risparmi notevoli da un punto di vista dell’imposizione fiscale, riuscendo al tempo stesso a produrre fondi neri.

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