Data odierna 21-11-2017

COLPIREMO LE BASI TERRORISTE .  All’indomani dell’attentato in Afghanistan che è costato la vita a due militari italiani, Massimiliano Ramadù e Luigi Pascazio, il Ministro degli Esteri,...

Guarda le immagini ATTENTATO IN AFGHANISTAN/ IL MINISTRO FRATTINI AL “CORRIERE DELLA SERA”

COLPIREMO LE BASI TERRORISTE .  All’indomani dell’attentato in Afghanistan che è costato la vita a due militari italiani, Massimiliano Ramadù e Luigi Pascazio, il Ministro degli Esteri, Franco Frattini spiega a Maurizio Caprara del “Corriere della sera” come e perché l’Italia rimarrá in Afghanistan.
D. C’è una domanda che non viene mai posta nelle interviste con ministri tenuti a occuparsene: dopo un attentato come quello che ha ucciso il sergente Massimiliano Ramadù e il caporalmaggiore Luigi Pascazio, come reagiscono in Afghanistan i militari italiani? Compiono rastrellamenti, attaccano qualcuno, bombardano?
R. Si analizza il tipo di ordigno, poi, grazie all’intelligence, si cerca di capire chi sono gli attentatori e a quali organizzazioni appartengono. Se si accerta che in una determinata zona ce ne sono concentrazioni stabili, si fanno quelle che normalmente si chiamano “operazioni antiterrorismo”.
D. In che cosa consistono queste operazioni?
R. Sono azioni per lo più di supporto ad altri contingenti. O in funzione di rastrellamenti o dí contrasto, e quindi di scontro vero e proprio, con gruppi terroristi che si annidano in un villaggio o in un altro.
D. In sostanza?
R. Si va a colpire l’installazione stabile nella quale si annidano i terroristi.
D. Roberto Calderoli, ministro leghista, sostiene sulla missione militare italiana: “Bisogna verificare se i sacrifici servono”. Secondo lei a che cosa sono serviti?
R. Leggendo Calderoli voglio dire una cosa: non usiamo questa tragedia per tentare di inserire cunei all’interno della maggioranza o tra maggioranza e opposizione. Siamo davanti a un dolore per tutto il Paese. Ció che va detto è che questa missione è fondamentale per l’Italia, come ha affermato Silvio Berlusconi, perché restano in Afghanistan condizioni di insicurezza. Se non contenute e sradicate, si riverbererebbero sull’Unione europea e quindi anche sull’Italia.
D. Peró l’operazione dura da quasi un decennio e la situazione non va bene.
R. Dopo aver investito per anni in modo probabilmente improprio e non coordinato, con la conferenza di Londra del gennaio scorso si è arrivati a una revisione completa della rotta della missione. Dare un segnale di incertezza, debolezza sarebbe il messaggio che i terroristi attendono. Lo Yemen insegna.
D. La revisione della quale parla, ministro, significa potenziare gli aspetti civili dell’intervento dei Paesi della forza multinazionale Isaf senza illudersi che per rendere stabile l’Afghanistan basti usare la forza. La realizzazione di questo proposito dell’Amministrazione Obama non sta tardando?
R. Il problema è che per fare di più dipendiamo un po’ dai governatori e dal governo centrale. A Herat noi riusciamo a mettere in cantiere opere, altrove è diverso. Il governo di Kabul è in ritardo. Gli americani dicono che il modello italiano è importante per quanto abbiamo fatto in agricoltura, lavori pubblici, sanitá.
D. Tra bombe e ritardi, le pare realistico, come invece si fa, annunciare un inizio di ritiro dei militari stranieri nel 2011?
R. Il nostro impegno non è a tempo indeterminato. Serve affinché l’Afghanistan possa camminare da solo. Nell’ottobre 2011 le forze di sicurezza afghane dovranno disporre di 305 mila persone, delle quali 171mila dell’esercito e 134mila della polizia.
D. Rispetto ad oggi?
R. Dovranno crescere del 37% in 17 mesi. L’Italia è leader nel formare le forze di sicurezza afghane. Ci sono sette centri in grado di formare 2.750 persone alla volta. L’Italia ne forma il 60%, ossia 1.600.
D. Almeno fino a febbraio, peró, alcuni dei nostri istruttori non potevano partire perché non c’erano allievi.
R. Risolto. Entro l’estate avremo sul terreno 500 formatori. E si profilano tappe importanti.
D. La prossima loya jirga, assemblea di rappresentanti tribali, sui tentativi di riconciliazione nazionale?
R. Sí, si riunirá entro fine maggio. Perla prima volta sono invitati i talebani, e le organizzazioni talebane, che accetteranno il rifiuto della violenza. Il 20 luglio si incontreranno a Kabul i ministri degli Esteri dei Paesi Isaf.
D. Crede che qualcuno nella Nato débba battersi il petto?
R. Dobbiamo farlo un po’ tutti, almeno finché non abbiamo deciso come prioritá assoluta l’aiuto civile, senza che significhi disimpegno militare. Si era sottovalutato l’effetto formidabile dell’apertura di una scuola, di una coltivazione di olio, di un ospedale A Herat, di ospedali, ne abbiamo rammodernati due. A Herat è cominciata anche la reintegrazione dei talebani.
D. Quando?
R. Giorni fa. Si è dato lavoro legale a tre talebani che hanno accettato di ripudiare la violenza. È stato dato con la garanzia del governatore di Herat in una cerimonia molto simbolica: sono stati vestiti con tuniche bianche per indicare la purificazione dal male e dal terrorismo.
D. Rito un po’ inquietante. Per pentiti come quelli delle Brigate rosse.
R. A differenza di quelli delle Br, questi non raccontano degli altri complici perché magari non li conoscono: erano contadini. Coltivavano droga, il campo è stato distrutto, avevano perso il lavoro e per questo erano stati reclutati dai terroristi”.

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