Data odierna 22-10-2017

ALL’ITALIA SERVE UNA LEGGE SULLA CITTADINANZA AL PASSO CON I TEMPI/ DANIELI: IL FILO CONDUTTORE TRA EMIGRAZIONE E ISTITUZIONI È SEMPRE STATO IL RITARDO   Emigrazione, discendenza, cittadinanza:...

ALL’ITALIA SERVE UNA LEGGE SULLA CITTADINANZA AL PASSO CON I TEMPI/ DANIELI: IL FILO CONDUTTORE TRA EMIGRAZIONE E ISTITUZIONI È SEMPRE STATO IL RITARDO   Emigrazione, discendenza, cittadinanza: queste le tre direttrici che hanno guidato questa mattina i lavori del Convegno “Alla ricerca delle radici” organizzato da Ester Capuzzo e Flavia Cristaldi, l’una storica, l’altra geografa, entrambe docenti alla Facoltá di Lettere dell’Universitá “La Sapienza” di Roma, che ospita l’incontro – le cui conclusioni sono previste nel pomeriggio – cui hanno preso parte il rettore Frati, il prorettore Biagini, il preside della Facoltá Piperno e il direttore del Dipartimento Scienze dei segni, degli spazi e delle culture Di Giovine, Farinelli, Presidente dell’Associazione dei geografi italiani e Pacifici, Vice presidente del Comitato di Storia del Risorgimento di Roma. Diviso in due parti, il convegno ha dedicato la mattina al rapporto tra emigrazione e istituzioni, di cui sono stati relatori, tra gli altri, l’onorevole Franco Narducci (Pd) e l’ex vice ministro Franco Danieli. A rappresentare il sottosegretario agli esteri Scotti è stato invece il suo consigliere politico, Raffaele Celentano.
Obiettivo del convegno quello di fare il punto sull’applicazione della legge 379/2000 (Disposizioni per il riconoscimento della cittadinanza italiana alle persone nate e giá residenti nei territori appartenuti all’Impero austro-ungarico e ai loro discendenti) a dieci anni dalla sua approvazione e, più in generale, proporre una riflessione sulla normativa sulla cittadinanza in vigore nel nostro Paese anche nell’ambito del 150° anniversario dell’Unitá d’Italia.
Ad introdurre i lavori è stata la professoressa Capuzzo, che è anche membro della Commissione instituita presso il Viminale che ha il compito di “studiare” le richieste di cittadinanza dei discendenti dei nati nei territori appartenuti all’Impero austro-ungarico (territori, ha spiegato Capuzzo, che coincidono con le attuali province di Trento e Bolzano, Trieste e Gorizia, parte dei territori di Belluno e Udine, e poi l’Istria, Fiume e la Dalmazia) che emigrarono all’estero – soprattutto in America Latina – prima del 16 luglio del 1920, giorno in cui entró in vigore il Trattato di Saint Germain, cioè l’Accordo di pace siglato il 10 settembre 1919 a conclusione della prima guerra mondiale tra le potenze alleate dell’Intesa e la nuova Repubblica d’Austria che annetteva all’Italia i territori citati.
Fu, quella dei trentini, “un’emigrazione coeva alla diaspora post unitaria che interessó tutto il nostro paese”, ha ricordato Capuzzo, anche se “fondata su un modello migratorio familiare” invece che individuale.
Negli interventi di saluto, il rettore Frati ha sottolineato “la complementarietá di storia e geografia cosí come dimostrata dalla trattazione di temi quale l’emigrazione”, mentre Biagini ha tenuto a ricordare come “il Risorgimento, l’unica vera nostra rivoluzione, non abbia funzionato nella formazione di una identitá nazionale. Almeno non in Patria, visto che all’estero il senso di identitá dei nostri connazionali è molto più forte”. Piperno ha ribadito il rapporto tra emigrazione e immigrazione, mentre Di Giovine, da linguista, ha ricordato la valenza del rapporto tra “identitá etnica, nazionale e, appunto, linguistica come punto di sostegno delle rivendicazioni di appartenenza” e “punto di contattato dell’emigrato con la patria ormai lontana”. Un’identitá messa in discussione da certe componenti della Lega Nord, ha infine accusato Pacifici.
Il convegno ha quindi approfondito il rapporto tra emigrazione e istituzioni. Moderati da Cristaldi, sono intervenuti Narducci, Danieli, Celentano e il contrammiraglio Aliperta.
“Il tema della cittadinanza – ha esordito il deputato eletto all’estero – si declina sia per l’emigrazione che per l’immigrazione. Sfide nuove attendono l’Italia a cominciare dai processi di integrazione dei giovani immigrati. Noi italiani all’estero – ha ricordato Narducci – abbiamo sperimentato sulla nostra pelle l’importanza di essere realmente coinvolti nel Paese d’accoglienza”. Ad oggi, in Italia, “vivono 868mila minori stranieri, di cui 520mila nati in Italia: dobbiamo lavorare per questi nuovi italiani”, ha detto il deputato citando come uno dei passi fondamentali il riconoscimento del voto amministrativo.
Sul piano normativo, come noto, la riforma della Legge 91/92 è ferma alla Camera: “la Commissione Affari Costituzionali – ha ricordato in proposito Narducci – ha elaborato un testo unificato” che ha tante lacune come “il non prevedere la riapertura dei termini per il riconoscimento e il riacquisto della cittadinanza per gli italiani all’estero”. Una riforma, come detto, il cui iter s’è fermato da tempo: “un segnale preoccupante” per Narducci che ha quindi ribadito l’importanza di diffondere “la cultura dell’accoglienza” e, al tempo stesso, “dare il posto che merita alla memoria della nostra emigrazione”.
“Ricordo il dibattito che precedette l’approvazione della legge 91/92: si temeva un’invasione di domande che, alla fine, non c’è stata”, ha detto il deputato secondo cui “l’Italia deve adeguare la normativa sulla cittadinanza ai cambiamenti dovuti alla globalizzazione e prevedere il riconoscimento dello ius soli vicino a quello dello ius sanguinis” cosí da dare “dignitá di cittadini ai connazionali emigrati che l’hanno persa e accoglienza ai “nuovi italiani” che vivono e lavorano nel nostro paese”.
Sull’emigrazione dai territori giá austroungarici, Narducci ha ricordato l’azione sua e dei colleghi in Parlamento per prorogare il termine per presentare domande, inizialmente fissato al 2005, al 20 dicembre 2010 e infine sottolineato l’importanza di “porre fine alle discriminazioni che ancora soffrono gli emigrati trentini e giuliano-dalmati”.
Intervenuto al posto del sottosegretario Scotti, Raffaele Celentano ha richiamato i punti salienti della diaspora italiana all’estero, le partenze e le mete, fino ad arrivare alla cosiddetta nuova emigrazione rilevando che “oggi il 54% degli italiani all’estero ha meno di 35 anni”, citando la I Conferenza dei giovani italiani nel mondo del dicembre 2008 e l’inaugurazione del Museo dell’emigrazione al Vittoriano. Celentano ha quindi tratteggiato il sistema di rappresentanza degli italiani all’estero – associazioni, Comites, Cgie ed eletti all’estero – spiegando alla platea che è in atto una riforma “per ridisegnare la forma della rappresentanza”.
Sul riconoscimento della cittadinanza agli italiani residenti negli ex territori austroungarici, Celentano ha sostenuto che “la Farnesina, attraverso i suoi Consolati, da 10 anni ricostruisce le pratiche dei richiedenti: ad oggi i riconoscimenti sono 20mila, e altrettanti sono in trattazione”.
Viceministro degli esteri nella passata legislatura, Franco Danieli ha messo in discussione la politica migratoria dell’attuale governo, ricordando, “senza voler fare sterili polemiche” ha tenuto a precisare, che sia la conferenza dei giovani che il Museo dell’emigrazione sono stati messi a punto quando lui era alla Farnesina e con “ben altri intenti e risorse”. Citato il caso-Di Girolamo “che ha screditato tutti gli eletti all’estero”, Danieli ha sostenuto che nel trattare il tema migratorio “le istituzioni cambiano orientamento a seconda della maggioranza al governo. Oggi – ha aggiunto, critico – manca una prospettiva strategica sia per gli emigrati che per gli immigrati. Si puó dire che la linea di continuitá che caratterizza il rapporto tra emigrazione e istituzioni è il ritardo, in tutti i settori: dall’assistenza al voto”.
“L’organizzazione della I conferenza degli italiani nel mondo nel 2000 o il I incontro dei parlamentari di origine italiana all’estero – ha ricordato – erano un tentativo di mettere a fuoco una visione strategica che tenesse conto del fluire del tempo, per attualizzare il rapporto con i nostri connazionali e le leggi di riferimento”. Un rapporto che oggi “vive una fase critica” che passa per “la messa in discussione del voto all’estero cosí come nella netta, drastica e irrazionale chiusura dei Consolati”. Si continua, per Danieli, “a non voler valorizzare questo network di italicitá che è rappresentato dagli italiani all’estero” quando invece “il Paese dovrebbe conservare un rapporto con le proprie comunitá sparse nel mondo”.
Ultimo ad intervenire è stato Cristiano Aliperta, comandante generale della Capitanerie di porto – Guardia Costiera. Una presenza non casuale, ha spiegato Cristaldi nel presentare l’ospite, da un lato perché “la navigazione a vapore influenzó molto l’emigrazione” e poi perché “a bordo di ogni nave autorizzata al trasporto di emigrati c’era un commissario governativo, un osservatore privilegiato che prendeva nota di tutto quanto accadeva in viaggio”. Tanti di questi rapporti sono ora nel museo della Capitaneria, ha spiegato Aliperta, il cui papá, ammiraglio anche lui, per tre anni svolse il compito di commissario governativo a bordo di una delle navi che portava i nostri connazionali in Sud America.
“Le capitanerie – ha detto l’ammiraglio – sono state attori principali dl fenomeno migratorio visto che il “servizio emigrazione” sui bastimenti fu regolato nel 1897 con il regio decreto che prevedeva, appunto, il commissario governativo, che seguiva e supportava gli emigrati, non meno di 300 su ogni nave e tutti in terza classe, per poi relazionarne sul suo giornale di bordo”. Un commissario pagato dal Governo, ha sottolineato Aliperta, segno che “questa emigrazione era sostenuta dallo Stato italiano”. Le mete degli italiani (via mare), come noto, non sono state sempre le stesse: “prima della seconda guerra mondiale si partiva verso Usa e Canada, dopo la II guerra mondiale e fino al 1975 in America Latina e Australia. Le compagnie che facevano servizio di navigazione “abilitato” al trasporto di emigrati erano 4″, ha ricordato Aliperta sottolineando l’importanza dell’azione dei commissari anche sul fronte-censimento: “i connazionali che partivano non erano censiti alla partenza, ma solo a bordo o, in casi come Ellis Island, venivano “schedati” al loro arrivo. Questi documenti, dunque, ci danno i numeri della nostra emigrazione”. Concludendo, l’ammiraglio ha sostenuto che “pensare al futuro è importante, ma ricordare ció che eravamo lo è altrettanto”.

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