Data odierna 22-10-2017

DELLA POLITICA ESTERA ITALIANA – UNA VISIONE DAL GOVERNO IN CARICA Il Sottosegretario agli esteri, Alfredo Mantica ha rilasciato una lunga intervista ad Arturo Varvelli, pubblicata sul periodico...

Guarda le immagini IL SOTTOSEGRETARIO MANTICA ALL’ISPI: CONTINUITÀ E DISCONTINUITÀ

DELLA POLITICA ESTERA ITALIANA – UNA VISIONE DAL GOVERNO IN CARICA

Il Sottosegretario agli esteri, Alfredo Mantica ha rilasciato una lunga intervista ad Arturo Varvelli, pubblicata sul periodico dell’Ispi, l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, nell’intervista Mantica sintetizza due anni di politica estera del Governo Berlusconi, dal Medio Oriente ai Paesi emergenti passando per i Balcani e il Mediterraneo. Ne riportiamo di seguito la versione integrale.

D. Quali sono le maggiori continuità/discontinuità che hanno caratterizzato la politica dell’attuale governo dal precedente? Si è visto, ad esempio, un atteggiamento differente verso Israele. Ciò è dovuto solamente a una diversa sensibilità dell’attuale esecutivo o è frutto anche di un mutato atteggiamento dei paesi arabi che non pongono più la questione palestinese come pregiudiziale per buoni rapporti con i paesi occidentali?
R. Il processo di pace in Medio Oriente e la questione del nucleare iraniano costituiscono senza dubbio uno dei punti cardine della politica estera avviata dal nostro Governo. Nel 2008, in seguito ad una attenta valutazione del problema della sicurezza d’Israele e del mutato scenario iraniano, decidemmo di mettere fine alla politica dell’equidistanza impostata dal Ministro degli Esteri D’Alema, nell’ambito del Governo Prodi. I passaggi che analizzammo ci confermarono che la situazione stava prendendo una direzione sbagliata. Dal 2006 in poi abbiamo assistito ad una repentina sostituzione di tutti gli interlocutori politici a Teheran. I personaggi più moderati, quelli più disponibili al dialogo, legati agli ex-Presidenti Rafsanjani e Khatami, cioè alle fazioni, rispettivamente, dei conservatori e dei riformisti pragmatici, erano stati letteralmente spazzati via. I nuovi interlocutori, per contro, provenivano dalle fila dei Guardiani della Rivoluzione e degli Ayatollah più rigorosamente vicini alle posizioni della Guida Suprema Khamenei. Il mutamento dell’anima, per così dire, di un’intera classe dirigente è stato perciò molto condizionante. I rapporti si sono fatti più complessi e qualitativamente meno fluidi. In buona sostanza si può affermare che tutte le questioni di una certa importanza sono finite nelle mani dei falchi. Se i primi segnali di questo trend risalgono agli anni del primo Governo Berlusconi, già prima delle elezioni iraniane del giugno 2009 ci arrivò la conferma che un certo clima in Iran andava facendosi via via sempre più pericoloso e che le percezioni provenienti da Israele e Washington circa l’avanzamento del programma di armamento nucleare iraniano andavano prese in seria considerazione. L’ultimo rapporto AIEA, che risale alla seconda metà del gennaio scorso, denuncia senza mezzi termini le pesanti violazioni dell’Iran degli obblighi internazionali in materia atomica. Il rapporto contiene le prime anticipazioni su di un impianto segreto nell’area di Qom per l’arricchimento dell’uranio, un dato su cui l’Ambasciatrice USA alle Nazioni Unite, Susan Rice, si è espressa con grave preoccupazione. L’esito controverso delle votazioni del giugno 2009, con la violenta repressione delle proteste dei manifestanti dell’opposizione, fino all’arresto di centinaia di giovani, con esiti ancora incerti per molti di loro, sono azioni sulle quali dalle Autorità di Teheran non sono ancora giunte rassicurazioni circa il ripristino dello stato di diritto per il popolo iraniano. Sono questi i fatti che spiegano in maniera inequivocabile le profonde ragioni per cui il nostro Governo ha deciso di prendere politicamente le distanze dal comportamento del regime di Teheran, apprezzando, fra le altre cose, il lavoro di Paolo Scaroni, l’Amministratore Delegato dell’ENI che, congelato il capitolo iraniano, ha messo a segno importanti accordi in Africa, nel Kazakhstan ed in Iraq. In gennaio, infine, in occasione della Conferenza internazionale di Londra sull’Afghanistan, è stata espressa da Stati Uniti, Francia e Regno Unito l’intenzione di discutere in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di nuove sanzioni contro gli esponenti del regime dei pasdaran. Queste misure, come ribadito dal Presidente del Consiglio Berlusconi durante la sua visita in Israele, ai primi di febbraio, non sono mirate a colpire la popolazione iraniana, verso cui ci sentiamo solidali, ma devono avere un effetto “paralizzante” sul regime di Teheran.
D. Il nuovo contesto internazionale, lo spostamento degli U.S. dall’Atlantico al Pacifico, la crescita di potenze emergenti (G8-G20), i timori di direttori europei, le possibili riforme ONU che “escluderebbero” l’Italia: si può parlare di pericolo di marginalizzazione per il nostro paese?
R. I 15 miliardi di euro di appalti vinti dalle imprese italiane nelle gare internazionali dovrebbero essere un dato che, già da solo, basterebbe a fugare qualsiasi dubbio di rischio-marginalizzazione per il nostro Paese. Se l’Italia ha ritrovato prestigio ed autorevolezza in campo mondiale lo deve proprio alla dedizione del Governo Berlusconi alla politica estera ed all’indiscussa abilità della diplomazia italiana, che lavora senza sosta su questioni di importanza strategica, anche quando le antenne pubbliche o mediatiche sembrano spente. Noi stiamo facendo la nostra parte in tutti gli organismi multilaterali da lei citati, avanzando contestualmente nelle nostre tradizionali e storiche relazioni bilaterali con le grandi potenze, senza per questo escludere o sminuire il ruolo e la dignità delle nazioni emergenti con le quali trattiamo. La nostra è una politica estera che definirei di amicizia vera. Il Presidente Obama ha ripetutamente elogiato l’Italia, come “Paese alleato, sicuro e forte” e si è anche espresso nei nostri confronti definendo quella di Berlusconi una “strong leadership”. Ricordiamoci, inoltre, di come siano altrettanto eccellenti i rapporti con la Federazione Russa e con il Premier Putin. Potremmo continuare con un lungo elenco di situazioni in cui la nostra nazione si trova in una posizione di prestigio di primo piano, ma possiamo concludere dicendo soltanto che l’Italia non sta correndo alcun rischio-marginalizzazione, bensì l’esatto contrario: con gli stimoli “a fare” che ci arrivano continuamente dal Presidente Berlusconi siano semmai di fronte a una overdose di dinamismo diplomatico per l’Italia. Altro che.
D. In quale area l’Italia è ancora in grado di sviluppare una politica estera capace d’incidere realmente? Le storiche aree d’influenza come Mediterraneo e Balcani?
R. Sono diverse le aree regionali che vedono un forte impegno italiano, storiche e non. Ne possiamo citare solo alcune per evidenti motivi di spazio. Nell’ambito dell’Unione per il Mediterraneo (UpM), ad esempio, abbiamo individuato anche comuni interessi di sicurezza energetica. Abbiamo avviato l’impegno per una concertazione rafforzata fra i Paesi della sponda sud del Mediterraneo. Una delle grandi questioni è l’ITGI (l’interconnessione per il trasporto del gas dal Caspio a noi, via Turchia – Grecia) oltre, naturalmente, al dossier cipriota. Con i Paesi mediterranei (inclusi quelli dell’Adriatico ed il Portogallo), inoltre, vogliamo lavorare in stretto contatto per sensibilizzare l’Unione Europea su tutti quei temi che non sempre compaiono nell’agenda di Bruxelles. Confidiamo in una oggettivamente necessaria azione equilibratrice dell’attuale Presidenza spagnola. Siamo anche impegnati con Grecia e Slovenia, in quanto Paesi UE, per dare una dimensione ed un respiro europeo all’Iniziativa Adriatico-Ionica (IAI), di cui l’Italia ha la presidenza di turno, nell’ambito di una più ampia politica di stabilizzazione dei Balcani, e con un importante coinvolgimento delle Regioni italiane del bacino adriatico-ionico. Inoltre, proseguono i lavori dell’Iniziativa Centro Europea (InCE), nella prospettiva di una sua attualizzazione e rilancio (l’Italia presiede l’apposito gruppo di lavoro, formalizzato la settimana scorsa a Podgorica). Come sapete, l’Italia è il primo partner commerciale verso l’area mediterranea, con un interscambio che nel 2008 ha superato i 62 miliardi di euro. Con il recente strumento Inframed, il fondo nato da un accordo fra l’italiana Cassa depositi e prestiti e la francese Caisse des dépôts et consignations, cui si aggiungeranno diversi altri Paesi investitori (fra cui Spagna e Germania), si potranno finanziare investimenti infrastrutturali per i settori energetico e dei trasporti in particolare. Al Milano Med Forum 2009, ove si è voluto rilanciare l’UpM, che aveva subito una battuta di arresto ad un anno dalla sua nascita (13 luglio 2008) a causa della crisi israelo-palestinese a Gaza, abbiamo diffusamente presentato queste nuove iniziative. Tornando ai Balcani, a poco più di due anni dalla dichiarazione di indipendenza del Kosovo (17 febbraio 2008), sono oggi 65 i Paesi che ne hanno riconosciuto il nuovo status. Tuttavia, pesa l’incertezza del parere non vincolante, di conformità al Diritto Internazionale della dichiarazione di indipendenza, da parte della Corte Internazionale di Giustizia entro il primo semestre di quest’anno. L’obiettivo prioritario dell’Italia per il Kosovo è la ripresa di intese fra Belgrado e Pristina, in modo da consentire ad Eulex di svolgere il suo pieno mandato anche a nord dell’Ibar. A tal fine, proprio l’Ambasciatore italiano a Pristina è stato nominato Facilitatore dell’Ue per il Nord. Un momento molto atteso sarà l’incoronazione a Pec/Peja, il prossimo 25 aprile, del nuovo Patriarca ortodosso di Serbia Irinej. Questi mesi saranno peraltro cruciali per rilanciare la prospettiva europea dei Balcani Occidentali, questione su cui il nostro Governo è impegnato incisivamente a sostegno del processo di integrazione europea della regione. Congiuntamente a questo, l’Italia, ed il Ministro degli Esteri Frattini in prima persona, sostengono con convinzione l’importanza del dossier visti, concreto strumento, innanzitutto politico, per dare sostanza alla prospettiva europea dei Paesi coinvolti. Entro la metà del 2010 vorremmo adottare una nuova proposta per l’abolizione dell’obbligo di visto anche per Albania e Bosnia-Erzegovina. In Bosnia-Erzegovina, come sappiamo, l’Italia è il secondo Paese contributore alla missione Eufor Althea, nonchè partecipante alla missione civile Eupm in Bosnia-Erzegovina per la formazione della polizia locale. Quanto alla politica di sicurezza e difesa comune, l’Italia è presente in modo rilevante in tutte le missioni dell’UE nei Balcani occidentali e possiamo affermare, quindi, che la nostra azione, nel suo complesso, mira al rafforzamento della cooperazione a tutto campo attraverso intese di partenariato strategico e di diplomazia rafforzata. In campo economico, l’interscambio nella regione si attesta sui 10 miliardi di euro, posizionando l’Italia tra il primo ed il quarto posto fra i partner commerciali. Naturalmente su Mediterraneo e Balcani vi sarebbe ancora moltissimo altro da aggiungere, ed un discorso a parte meriterebbe l’Africa, ove l’Italia è fortemente impegnata, dal fronte umanitario a quello delle mediazioni internazionali, delle missioni di pace e dell’energia. Sul dossier Afghanistan, Paese nei confronti del quale l’Italia è coinvolta con uomini e mezzi nell’ambito della missione Isaf-Nato, possiamo dire che la novità è ora rappresentata dalla scelta obbligata, per così dire, di trattare con i Taliban. La strada del dialogo è inevitabile e, del resto, questo tipo di atteggiamento fa parte del dna di un peacekeeping italiano ammirato nel contesto internazionale. Noi siamo da sempre quelli che sono in grado di parlare con tutti e con tutti cercare di trovare un consenso intorno ad obiettivi precisi. Quando diciamo Taliban, però, dovremmo specificare meglio, perchè in Afghanistan vi sono le tribù, vi sono i capi-villaggio, vi sono le scorte armate dei corrieri della droga, vi sono gli oppositori di Karzai. Dialogare con queste forze, come noi italiani suggeriamo da tempo, è diventata una necessità, ma al contempo anche gli afghani si pongano come obiettivo di avere un ruolo nella gestione della sicurezza e nella lotta contro la corruzione. Il tutto senza dimenticare l’Iraq, i rapporti transatlantici ed il mondo arabo”.

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