Data odierna 25-09-2017

Il Primo maggio è tradizionalmente la «festa del lavoro», ma forse mai come oggi, in molte parti del mondo, ci sono così poche buone ragioni per festeggiare. Infatti il lavoro scarseggia e il numero...

Primo Maggio delle Donne

Il Primo maggio è tradizionalmente la «festa del lavoro», ma forse mai come oggi, in molte parti del mondo, ci sono così poche buone ragioni per festeggiare. Infatti il lavoro scarseggia e il numero dei senza lavoro, soprattutto nelle società sviluppate dell’occidente, non fa che aumentare.

Il Primo maggio era chiamato «festa dei lavoratori» e si intendeva in primo luogo «degli uomini», dimenticando o mettendo in secondo piano le donne lavoratrici. In fondo, secondo un’arcaica concezione ancora diffusa anche nelle nostre società evolute, i veri titolari del lavoro sarebbero gli uomini, mentre le donne lo sarebbero solo a titolo accessorio. L’attività domestica, non essendo retribuita, non è considerata generalmente «lavoro».

Donne penalizzate

Che questa concezione sia ancora assai diffusa lo dimostrano gli effetti della crisi, anche in Italia: i licenziamenti o comunque la perdita del lavoro colpiscono più le donne degli uomini, i lavori occasionali concernono soprattutto i giovani e le donne, l’occupazione a tempo parziale è tipicamente femminile, anche se coinvolge sempre più anche uomini. Per non parlare dei salari (quelli delle donne sono generalmente più bassi di quelli degli uomini) e dell’accesso al credito (le imprese femminili incontrano molte più difficoltà di quelle degli uomini).

In Svizzera la situazione è molto migliore, ma anche in questo Paese, risparmiato finora dall’acutezza della crisi economica, le donne hanno di che lamentarsi. Anche qui, ad esempio, i salari delle donne sono generalmente inferiori a quelli degli uomini e sul mercato del lavoro incontrano maggiori difficoltà degli uomini. Per le donne fare carriera è molto più difficile che per gli uomini. Per le donne con famiglia, conciliare attività professionale e vita familiare è un’impresa sempre più ardua.

Secondo una recente statistica, in una coppia svizzera con uno o più figli sotto i 25 anni, l’88% dei padri svolge un’attività professionale a tempo pieno, ma solo il 17% delle madri. Il 61% delle madri svolge un’attività professionale a tempo parziale, mentre la percentuale dei padri si ferma al 7,8%.

Lavoro e responsabilità

La giornata del Primo maggio dovrebbe essere un’occasione di riflessione collettiva sulle problematiche del lavoro, sulla sua scarsità e precarietà, ma anche sulla sua distribuzione. Ci si dovrebbe anche interrogare sulle responsabilità della situazione, ma andrebbe evitato di riversarle come spesso accade unicamente sulla finanza internazionale, sui cosiddetti ma mai identificati poteri forti, sull’Europa, sul governo.

La società civile ha certo il diritto e il dovere di criticare e di sollecitare soprattutto lo Stato a fare di più (e si spera che il nuovo governo dia davvero ai problemi del lavoro la priorità assoluta che meritano), ma occorre anche saper fare autocritica. Purtroppo non si sente quasi mai parlare delle responsabilità delle imprese, dei sindacati e dei singoli cittadini. In tempi di crisi spetta anche agli individui cercare un lavoro o confezionarsene uno su misura e persino rendersi disponibili ad accettare almeno provvisoriamente qualunque attività equamente remunerata, purché non illecita.

In questa riflessione può essere utile anche ripensare la distribuzione del lavoro non solo nella società, ma anche tra uomo e donna. Non si tratta di escogitare nuove teorie economiche o sindacali, semmai di adeguare quelle classiche alle nuove esigenze sociali. Si tratta anche di ripensare la ripartizione del lavoro tra uomo e donna in ambito familiare.

Per una nuova ripartizione del lavoro

Qualche anno fa fu lanciata in Svizzera un’iniziativa popolare che mirava sostanzialmente al raggiungimento di una diversa «ripartizione del lavoro» tra uomo e donna. Va detto subito che l’iniziativa non è mai andata in votazione perché non furono raggiunte le firme necessarie. Mi sembra tuttavia difficile negare che alcuni obiettivi esprimevano esigenze molto sentite. Ad esempio, si chiedeva che la Confederazione, cioè lo Stato, adottasse misure affinché «tutte le donne e tutti gli uomini in età lavorativa possano provvedere al loro sostentamento mediante un lavoro retribuito svolto a condizioni adeguate, in particolare attraverso la riduzione degli orari lavorativi e la promozione di forme differenziate di ripartizione del lavoro», e inoltre: «sia consentita, senza pregiudizi di ordine sociale e professionale, una ripartizione paritaria fra i sessi delle attività lavorative non retribuite socialmente necessarie, come pure dei servizi resi nell’interesse della comunità».

Nell’iniziativa si faceva riferimento anche alla disuguale «ripartizione fra i sessi delle attività lavorative non retribuite socialmente necessarie». Il riferimento era chiaro anche se non esplicito. Si pensi alla condizione «normale», ancora oggi, nella ripartizione dei compiti in ambito familiare quando ci sono bambini: è quasi sempre la donna che rinuncia (o è costretta a rinunciare) all’attività professionale o a ridurre il suo grado di occupazione, mentre il padre continua a svolgere un’attività remunerata a tempo pieno.

Rivalutare il lavoro domestico

Sarebbe anche ora di smettere di considerare «lavoro» solo l’attività professionale remunerata e non anche tutta l’attività domestica compiuta prevalentemente dalle donne. Il fatto che essa non venga remunerata non sminuisce affatto l’importanza, il valore e la professionalità del lavoro domestico. E’ semmai un errore e un difetto che non si sia ancora trovata la maniera e la misura per valutare adeguatamente sotto l’aspetto reddituale l’educazione dei figli, l’assistenza ai membri bisognosi di una famiglia, le attività per mandare avanti una casa e una famiglia.

Basterebbe pensare al costo di un’attività di assistenza ad un familiare bisognoso, qualora, invece di essere svolta da una persona di famiglia, generalmente una donna, venisse affidata a un o una badante. Lo stesso esempio si potrebbe applicare per analogia a quasi tutte le altre attività svolte dalle donne nell’ambito familiare, catalogate abitualmente come «domestiche».

La contabilizzazione delle attività casalinghe sotto l’aspetto reddituale, oltre che rispondere a un principio di giustizia, comporterebbe anche un altro vantaggio non indifferente: le attività domestiche acquisterebbero di valore e a nessuno verrebbe più in mente di considerarle meno importanti o addirittura meno utili di quelle cosiddette professionali svolte fuori casa.

Cambio di mentalità

Mi rendo conto che questo cambio di concezione del lavoro domestico comporta un vero e proprio cambio di mentalità, ma anche la crisi spinge in questa direzione. Per fortuna sempre più coppie, soprattutto giovani, assicurano la gestione congiunta della casa. Il Primo maggio potrebbe essere una buona occasione per riflettere seriamente anche su questa problematica, comprendendo anche, perché no, il dibattito in corso sul reddito minimo garantito, sul reddito esistenziale, sul reddito di cittadinanza, sul quoziente familiare e concetti simili. Contribuirebbe a un cambio di mentalità sempre più urgente e necessario.

Giovanni Longu

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