Data odierna 23-09-2017

Ora è ufficiale: “Pietro D’Amico stava bene, non aveva alcuna patologia degenerativa, né altre malattie”. Quando ad aprile scorso andò in una clinica svizzera per il suicidio assistito,...

Non era malato l’ex pm che scelse il suicido assistito

Ora è ufficiale: “Pietro D’Amico stava bene, non aveva alcuna patologia degenerativa, né altre malattie”. Quando ad aprile scorso andò in una clinica svizzera per il suicidio assistito, qualcosa non ha funzionato per come avrebbe dovuto. La notizia è stata diffusa da Michele Roccisano, legale di Tina Russo, moglie del magistrato di Vibo Valentia che si è lasciato morire oltre confine.

La vicenda era parsa strana fin dall’inizio. L’11 aprile scorso l’uomo era partito da solo in macchina alla volta di Basilea. Non aveva detto niente a nessuno. Tanto che si era ipotizzato che gli fosse stata diagnosticata una malattia incurabile, così come avevano detto i medici che lo avevano accompagnato alla morte. Un male di cui però i familiari e gli amici nulla sapevano. Così quando era giunta la telefonata della clinica i parenti erano partiti da Vibo per capire cosa fosse successo.

Alla luce degli esami autoptici, che nulla hanno rilevato, l’avvocato Roccisano sostiene che il paziente avrebbe “dovuto essere sottoposto a verifiche strumentali specifiche”. D’Amico si era recato in Svizzera esibendo dei certificati medici italiani. Ed è per questo che da una parte potrebbe essersi trattato di “un errore scientifico che ha portato a conseguenze fatali, poiché D’Amico era già depresso e forse convinto di essere gravemente malato”. Secondo quanto dicono a Basilea l’uomo si era presentato con dei referti chiari, nei quali si diceva che era affetto da un male incurabile in fase terminale. E furono forse proprio quelle errate diagnosi a convincere alcuni medici svizzeri e la dottoressa Erika Preisig, dell’associazione Eternal Spirit Lifecircle, ad assisterlo nel suicidio. Ora la magistratura italiana, sostiene il legale della famiglia, dovrà “stabilire se i sanitari autori della diagnosi siano responsabili di un errore medico, e se l’errore fu dovuto a negligenza o imperizia”. Mentre gli inquirenti svizzeri saranno chiamati a verificare eventuali colpe dei sanitari d’oltralpe.

Tanto più che, spiega l’avvocato, “in precedenti tentativi, non ancora provvisto di quelle errate certificazioni, il dottor D’Amico non aveva ottenuto dai medici svizzeri il suicidio assistito”. D’Amico, insomma quella morte l’aveva cercata altre volte. Ma questo non significa che i medici che poi lo hanno assistito nel suicidio non avrebbero dovuto compiere tutti gli accertamenti del caso.

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