Data odierna 20-10-2018

Diventare una mamma in una terra straniera rappresenta una sfida particolare nella formazione dell’identità delle madri expat. La dislocazione socio-culturale ha un forte impatto sui processi di...

La maternità in contesti d’espatrio di Elia Luzzi

Diventare una mamma in una terra straniera rappresenta una sfida particolare nella formazione dell’identità delle madri expat. La dislocazione socio-culturale ha un forte impatto sui processi di adattamento sotto svariati punti di vista. In questi contesti sono molti gli aspetti delle identità che un’aspirante madre si trova a dover negoziare: l’adattamento della maternità al percorso migratorio, la negoziazione dei ruoli di genere tra i due contesti culturali, conflitti biculturali e i cambiamenti della struttura familiare e della rete sociale. (Desjarlais, Eisenberg, Good, and Kleinman, 1995).

Se da un lato la migrazione può fornire un’opportunità di cambiamento, a cui consegue un maggior accesso di risorse, d’altro lato lo stress migratorio che grava sull’unità familiare può esacerbare il rischio di isolamento nei confronti delle madri e dei figli (Tummala-Narra, 2016). Inoltre il processo di acculturazione per madri migranti è determinato dall’influenza di molteplici contesti, come il contesto domestico, la città e il quartiere di residenza, la distanza reale e psicologica dal paese di origine, l’accesso a reti di supporto e l’ambiente di lavoro (Akhtar, 2011).

Il processo per diventare madre si caratterizza anche per una serie di emozioni ambivalenti sperimentate durante e dopo la nascita del bambino: le madri migranti possono vivere una sensibilità alterata, sperimentando una profonda perdita della propria agency nel nuovo contesto e al contempo una potente possibilità di svolta. Diventare madre invoca ricordi della propria infanzia, delle figure genitoriali, e delle tradizioni culturali. I sentimenti ambivalenti di perdita della terra natia possono riflettere la discrepanze tra l’idealizzazione della nuova casa e il desiderio di vivere la maternità secondo le modalità tradizionali, mentre altre madri potrebbero sperimentare per la prima volta in maniera autentica un senso di appartenenza e di stabilità nella terra d’adozione riuscendo ad affrancarsi dalle esperienze negative legate alla genitorialità nella propria terra d’origine. (Tummala-Narra, 2016)

Anche la lingua sembra avere un forte ascendente sulle dinamiche psichiche sperimentate dalle madri. Il linguaggio è profondamente collegato ai significati storici e culturali e, come tale, l’insegnamento della lingua madre e del patrimonio culturale diventa un importante strumento nel mantenere un’identità culturale (Akhtar, 2011; Suàrez Orozco et al., 2002). Per molte madri emigrate, la condivisione di una lingua con i loro bambini simboleggia un legame speciale che ricorda il collegamento con la cultura nativa. La lingua madre diventa cruciale nella definizione del pensiero, delle emozioni, e nella formazione dell’identità culturale. Anche se la lingua madre può essere uno degli strumenti più potenti per preservare i legami culturali, le donne immigrate spesso desiderano che i loro figli possano apprendere la lingua del nuovo paese. Questo desiderio è spesso collegato ad una forte speranza riposta nei figli di negoziare con successo la loro identità biculturale. La formazione dell’identità materna nel contesto migratorio comprende anche i conflitti tra stili genitoriali dominanti nella cultura di origine e quelli nel nuovo ambiente culturale (Tummala-Narra, 2016).

Le madri migranti sollevano importanti preoccupazioni non solo per la separazione dalla loro cultura e dal loro patrimonio culturale ma anche rispetto alla potenziale perdita dei loro figli all’interno del nuovo contesto culturale. Carola Suarez-Orozco (2000) ha elaborato il concetto di “rispecchiamento sociale”, un’espansione del concetto di rispecchiamento di Winnicott (1971), per descrivere i messaggi che i bambini immigrati e gli adolescenti ricevono da altri significativi esterni al contesto familiare e della comunità etnica. Un positivo rispecchiamento sociale in cui il giovane migrante sperimenta il mainstream culturale come accettante favorisce una risoluzione positiva del processo di negoziazione dell’identità culturale. Al contrario un rispecchiamento sociale negativo, in cui i giovani ricevono messaggi denigratori circa la loro etnia, razza o religione può rappresentare una difficile sfida per lo sviluppo positivo del senso di Sé (Suarez-Orozco, 2000). Lo stress collegato ai messaggi negativi della cultura maintstream può essere determinante nello strutturare le relazioni tra i genitori migranti e i loro figli. Entrambi spesso si trovano a confrontarsi con i valori culturali conflittuali presenti nel contesto d’arrivo e quelli della propria comunità d’appartenenza e come tali possono sperimentare lacune di acculturazione e problemi nel comunicare in modo efficace l’uno con l’altro (Akhtar, 2011; Birman e Simon, 2014).

fonte: transiti.net

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