Data odierna 21-11-2017

Il numero di dicembre del mensile diretto da Giangi Cretti dedica il suo editoriale ad Expo. ******************************************************************** Di Giangi Cretti per ”La Rivista” Sarebbe...

Il successo di Expo va reinvestito

Il numero di dicembre del mensile diretto da Giangi Cretti dedica il suo editoriale ad Expo.

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Di Giangi Cretti per ”La Rivista

Sarebbe bene lasciar passare un po’ di acqua sotto i ponti. Ma la cronaca, i commenti che la colorano, gli avvenimenti che si susseguono, gli annunci e le proposte che si rincorrono, impongono una fretta che, almeno a parole, non prevede attese. Per quanto riguarda i fatti, naturalmente, rimandiamo. Su una cosa, in linea di massima (fatte salve le fisiologiche eccezioni), si concorda: tenuto conto delle premesse, da più parti inneggianti al fallimento, quella che si è chiusa lo scorso 31 ottobre è stata una manifestazione coronata da successo.
“Lo testimoniano i numeri: 21,5 milioni di visitatori (le entrate dovrebbero coprire 1/3 del budget di Expo spa, pari a 1,3 miliardi di euro); un miliardo investito dai Paesi che vi hanno partecipato per la costruzione e la gestione dei padiglioni; 2,7 miliardi che, secondo uno studio di Confcommercio, rappresentano l’impatto sull’economia italiana; 250 delegazioni governative, 62 delle quali a livello di capi di stato o di Governo, che hanno avuto l’opportunità di un confronto e di dialogo sui grandi temi dell’alimentazione e dello sviluppo sostenibile.
Lo attestano l’immagine di un Paese che torna a credere in se stesso, nelle sue eccellenze, nella sua capacità di proiettarsi nel futuro con un plus di fiducia e di consapevolezza, che contrasta con quella di un Paese che non sa far funzionare e cose.
Una certa coralità di pareri si sintonizza sulla convinzione che l’Expo sia stata la più grande operazione di diplomazia economica degli ultimi decenni. Un importante strumento di politica estera e di promozione del made in Italy. Un grande spot che dovrebbe dare concretezza al valore della diplomazia commerciale. Esportiamo molto, ma la nostra tradizione imprenditoriale ha connotati, tutto sommato, garibaldini veicolati dall’immagine, va da sé stereotipata, dell’imprenditore che si imbarca per l’estero alla conquista dei mercati, magari con molta arte, ma con poca parte. Nonostante gli sforzi annunciati negli ultimi anni, l’Italia non dispone di una forza diplomatica paragonabile a quella dei concorrenti europei e di conseguenza ha sopperito con la mobilitazione individuale a un deficit di sistema e all’assenza di un’inequivocabile definizione di ruoli e competenze sulla base di una riconoscibile progettualità d’intervento. Ma la vera sfida inizia ora.
Evitando che il milione di mq resti un’area in cui i tre simboli: Palazzo Italia, Padiglione Zero, l’Albero della vita (congelati, com’è climaticamente giusto che sia, durante l’inverno per tornare a nuova vita in primavera) non diventino le classiche cattedrali nel deserto. Facendo in modo che il successo di Expo 2015 non venga declinato con quella che Bassetti, in un’intervista a Repubblica, chiama la prosopopea del milanese “ ganassa”. Va, infatti, rifiutato l’atteggiamento di ricavare da un’esperienza positiva semplice nutrimento per la propria vanità.
Ecco, ahinoi, un lusso che non possiamo più permetterci: una narrazione di una riconquistata identità consolidata dal successo che, lodando il valore della grande bellezza italiana induca ad accomodarci su una rendita di posizione. Non possiamo, infatti, pensare di proiettare (progettare?) il futuro sulla scorta di un glorioso passato. L’esperienza di Expo va valutata in una traiettoria storica, politica ed economica che può servire non solo a Milano, ma all’Italia tutta. La sfida si vince se il successo di Expo viene reinvestito.
Un modo può essere far sorgere nei luoghi di Expo una cittadella dell’innovazione. Un grande hub (va bene lo stesso, se fra di noi, lo chiamiamo polo o parco?) scientifico- tecnologico. Per taluni sarebbe il miglior uso di un’area che oggi rappresenta la punta avanzata dell’infrastruttura fisica e digitale. Ciò significa attirare investimenti e capitale umano anche e soprattutto dall’estero.
Purtroppo, sull’Expo dopo l’Expo, e questo è un grosso difetto, ci sono soprattutto proposte e annunci: confermano che la programmazione dell’evento è orfana di un progetto sull’utilizzo di quello che lascia in eredità. Colpevolmente irresponsabile non saperlo far fruttare. Perché, così accadesse, comunque vada: non sarà più un successo. Che dire, infine, del tema di Expo 2015? Che è quello che ha catalizzato il maggior disappunto, in quanto negletto, o comunque relegato al rango di fiore all’occhiello.
Va detto però che è un tema di quelli complessi. Ne coinvolge altri: ambiente, salute, politica, diritto, giustizia, cultura, educazione, sensibilizzazione, consapevolezza.
In realtà, va interpretato come un invito: ad un ragionamento attorno alla sostenibilità. La sola che consentirà di nutrire il pianeta (senza più affamati né obesi) permettendo di trovare o creare energia per la vita. Degli umani, ma non solo. Ovvio, che con questi presupposti sia impossibile dire ora se l’obiettivo sia stato centrato. Gli scontenti obietteranno, a giusta ragione, che il tema di fondo è finito sullo sfondo. I disincantati diranno, altrettanto a giusta ragione, che, pur tra occasioni mancate, è indubbio che tutti abbiamo avuto almeno un volta l’opportunità di riflettere su cosa e come mangiamo, produciamo, vendiamo e sprechiamo.
È pur vedo che l’eredità formale della Carta di Milano, che avrebbe dovuto (voluto?) essere più solenne e impegnativa, si è forse risolta in una sorta di enunciazioni di buone intenzioni. L’Expo ha chiuso i battenti, l’impegno per un’accresciuta consapevolezza e determinazione a conoscere il pianeta, offrire opportunità per nutrirlo, creando, appunto, energia per la vita, continua.
Anche in questi giorni, a Parigi per esempio, dove, malgrado la tragedia del 13 novembre, il mondo si riunisce per la conferenza sul clima.

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