Data odierna 18-08-2017

Qualche settimana fa abbiamo avuto il piacere e l’onore di avere nostri ospiti il procuratore aggiunto della Procura distrettuale antimafia di Palermo, Antonio Ingroia e l’onorevole Laura...

L’antico fenomeno della Mafia

Qualche settimana fa abbiamo avuto il piacere e l’onore di avere nostri ospiti il procuratore aggiunto della Procura distrettuale antimafia di Palermo, Antonio Ingroia e l’onorevole Laura Garavini, componente della Commissione antimafia al Parlamento italiano. L’evento, organizzato da L’altraitalia in collaborazione con La fabbrica di Nichi, ha riscosso uno straordinario successo. Il numeroso pubblico che gremiva la Sala Pirandello della Casa d’Italia a Zurigo ci ha confermato quanto interesse suscita la questione delle organizzazioni malavitose in Italia e all’estero. L’interessantissimo apporto dei nostri ospiti e la massiccia partecipazione del pubblico ci hanno spinto ad occuparci di questa tematica nel nostro sotto la lente di questo mese.

A me fa quasi più paura la mafia che non uccide perchè è più sofisticata ed è opera di grandi professionisti.

Giuseppe Fava, scrittore, giornalista, drammaturgo, saggista e sceneggiatore italiano, vittima di Cosa Nostra, fu un personaggio carismatico, apprezzato dai propri collaboratori per la professionalità e il modo di vivere semplice. È stato direttore responsabile del Giornale del Sud e fondatore de I Siciliani, secondo giornale antimafia in Sicilia, nei primi anni 80 si esprimeva così:

Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Se non si chiarisce questo equivoco di fondo… Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante. È un problema di vertici e di gestione della nazione, è un problema che rischia di portare alla rovina e al decadimento culturale definitivo l’Italia”.

Dunque mi chiedo, e sono convinta di essere una tra le tante, come mai la notizia dell’assessore lombardo Domenico Zambetti, finito in manette per aver pagato voti alla cosca e aver assunto la figlia del boss, ha suscitato tanto scalpore e destato tanto scandalo.

Leggiamo e sentiamo quotidianamente di casi di infiltrazioni mafiose che sempre più trovano terreno fertile per poter attecchire ovunque ed in tutti i settori.

Il pensiero di Nino Di Matteo, Pubblico Ministero a Palermo, nel libro scritto assieme a Loris Mazzetti Assedio alla Toga:

È certo che stiamo vivendo un momento di grave pericolo che incombe sulla tenuta di alcuni valori costituzionali, e ogni magistrato per difendere quei principi dovrebbe trovare il coraggio di esporsi, di uscire dal riserbo

E ancora, sulle commistioni mafia-politica:

Un’abitudine al dialogo permanente tra poteri politici e poteri criminali che anche in tempi recenti ha trovato ampi spazi di penetrazione. Sorprende però come rispetto a certi fatti, a rapporti accertati (a prescindere dal loro rilievo strettamente processuale), in Italia non scatti mai un meccanismo di responsabilità politica che impedisca che esponenti che hanno conosciuto, frequentato, avuto significativi rapporti con mafiosi, continuino a rappresentarci in Parlamento.

Perchè allora tanta meraviglia, soprattutto da parte dei politici, quando è giunta notizia della vicenda lombarda? Si pensa davvero che quello dell’assessore Zambetti sia l’unico caso di patto con la malavita organizzata? Di fronte al proclamato stupore della classe politica, il cittadino si sente, per usare un eufemismo, prespo in giro. Vogliono davvero, lor signori, convincerci della loro totale ignoranza sull’esistenza dell’enorme piovra che ha ormai tentacoli dappertutto? A tutti coloro che dicono di non sapere consiglio il libro inchiesta di Marco Monnier del 1863 sulla camorra napoletana. Eccone un passaggio:

Tutti quei bravi dei mercati di Napoli non si contentavano di rubare pochi soldi ai sempliciotti: erano addivenuti uomini politici. Nelle elezioni proibivano tale o tal’altra candidatura, confortando co’loro bastoni la coscienza e la religione degli elettori. Né si contentavano di inviare un deputato alla camera, e sorvegliarne da lungi la condotta; spiavano il suo contegno, si facevano leggere i suoi discorsi, non sapendo leggerli da sé medesimi.

E allora signori, mi vien da dire, finitela di nascondervi dietro a un dito! (Maria Bernasconi)

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