Data odierna 22-04-2018

Quaranta anni fa veniva assassinato dalle Brigate Rosse il grande statista italiano ******************************************************************** Il 16 marzo del 1978 un “commando” terrorista...

Un insegnamento da non dimenticare, quello di Aldo Moro

Quaranta anni fa veniva assassinato dalle Brigate Rosse il grande statista italiano

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Il 16 marzo del 1978 un “commando” terrorista sequestrava Aldo Moro, leader del maggior partito politico italiano dell’epoca (la Democrazia Cristiana), più volte Ministro degli Esteri e Primo Ministro del nostro Paese. Il sequestro di Moro, per gli italiani, è considerato ancora oggi uno degli avvenimenti più drammatici e importanti della storia della Repubblica. Chi oggi ha cinquanta anni o più, quasi sicuramente ricorderà dove si trovava e come apprese la notizia quaranta anni fa; più o meno quanto succede per gli americani (ma non solo per loro) quando si pensa ad un altro evento dirompente come l’11 settembre del 2001, giorno dell’attentato alle torri gemelle di New York.  Il paragone può apparire azzardato ma non lo è, almeno per noi italiani. Con il sequestro, la prigionia e il successivo assassinio di Aldo Moro, avvenuto poco meno di due mesi dopo — il 9 maggio del 1978 — per mano delle “Brigate Rosse”, l’Italia entrava in un vero e proprio psico-dramma collettivo, nel quale la politica si mescolava con il profondo sentimento di paura e insicurezza che attraversava il Paese negli anni ’70, tristemente segnati dal terrorismo dell’estrema destra e dell’estrema sinistra.

Aldo Moro non fu scelto a caso; non era soltanto un noto e importante personaggio politico; Moro era in quegli anni, insieme al segretario del Partito Comunista Italiano Enrico Berlinguer, il principale sostenitore del cosiddetto “compromesso storico” che prevedeva il superamento della contrapposizione (“storica”, appunto) tra i due maggiori partiti politici italiani, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista.

Una contrapposizione durissima, nata nel dopoguerra all’insegna della “guerra fredda” tra Stati Uniti e Unione Sovietica; nel mondo nato dopo l’accordo di Yalta tra le potenze vincitrici non ci potevano essere spazi per mediazioni e compromessi tra i Paesi aderenti alla NATO e quelli nell’orbita dell’URSS.

Un clima di rivalità, per non dire di odio, che toccò l’apice con le elezioni del 1948 (vinte dalla Democrazia Cristiana) e che andò avanti fino alla metà degli anni settanta, quando all’indomani del colpo di Stato in Cile fu lo stesso Enrico Berlinguer a coniare per primo l’espressione “compromesso storico” con riferimento ad un grande patto tra le forze democratiche, popolari e antifasciste per difendere l’Italia dai rischi del ritorno alla dittatura e avanzare sulla strada di nuove conquiste sociali e civili.

Una prospettiva vista con forti sospetti da gran parte della nomenclatura della DC, che dal dopoguerra aveva ininterrottamente guidato tutti i governi italiani, ma anche da ampi settori della sinistra, che vedevano questo disegno come un cedimento ai conservatori, e quindi come una rinuncia al sogno rivoluzionario predicato per decenni dai partiti di ispirazione marxista.

Le BR (così venivano comunemente chiamate le “Brigate Rosse”) provarono a cavalcare questa rivolta, nella speranza che il movimento operaio si sarebbe schierato al loro fianco, provocando una insurrezione che avrebbe poi sovvertito l’ormai maturo Stato democratico e repubblicano.

Avvenne, nei fatti, il contrario: la grandissima maggioranza dei lavoratori e tutto il movimento sindacale si schierarono subito a difesa dei valori della libertà e della democrazia, isolando i terroristi che a quel punto non avevano altra strada che quella di proseguire follemente sulla strada di un disegno violento e senza sbocchi.

Fu così che, anche a grazie al sacrificio di Moro, l’Italia di allora riuscì a sconfiggere il terrorismo e a riaffermare i valori democratici alla base della Costituzione del 1948; il “compromesso storico” fu archiviato come soluzione di governo, ma prosperò come metodo politico per la ricerca di soluzioni comuni in materia di riforme e di strategie, anche a livello di politica estera.

Un insegnamento da non dimenticare anche per l’Italia di oggi, segnata dalla violenza retorica di forze che fomentano l’odio e la divisione, dimenticando che i principi di convivenza civile e politica dettati dalla Costituzione dovrebbero costituire per tutti il terreno comune sul quale lavorare dentro e fuori dal Parlamento, per il bene del Paese e indipendentemente dalle divisioni di partito.

Di Fabio Porta per “comunitaitaliana.com

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