Data odierna 18-11-2017

Gabriele Salvatores è il terzo regista italiano che in rapida successione, negli ultimi due mesi circa, propone il suo nuovo lavoro cinematografico come una produzione internazionale, in questo caso di...

L’educazione siberiana di Armando Rotondi

Gabriele Salvatores è il terzo regista italiano che in rapida successione, negli ultimi due mesi circa, propone il suo nuovo lavoro cinematografico come una produzione internazionale, in questo caso di ampio respiro, sicuramente di grandi ambizioni. Gli altri due sono Giuseppe Tornatore con il thriller “artistico” e psicologico La migliore offerta, del quale abbiamo parlato nei numeri passati, e Gabriele Muccino che firma con Quello che so sull’amore la sua terza fatica hollywoodiana dopo La ricerca della felicità e Sette anime. Pur notevolmente differenti tra di loro le opere citate, si pensi che il film di Muccino è essenzialmente una commedia drammatica di carattere sentimentale-sportivo, esse sono comunque esempio di registi italiani capaci di pensare al mercato internazionale e di realizzare opere produttivamente ambiziose.
Ora tocca a Salvatores, autore noto all’estero sin da inizio anni ’90 quando a sorpresa vinse l’Oscar per il film straniero con Mediterraneo nel 1991-92, sbaragliando la concorrenza di Lanterne rosse di Zhang Yimou.
Educazione siberiana è un adattamento dal romanzo di Nicolai Lilin, autore russo, cresciuto in Trasnistria e poi stabilitosi a Milano e naturalizzato italiano. Salvatores adatta quindi per il grande schermo una storia di formazione umana e criminale di un giovane Kolima, cresciuto dal nonno (interpretato da John Malkovich), nel rispetto delle rigide regole che governano la vita in Transnistria, nella Moldavia Orientale. Si tratta di una vita fatta di regole ferree, di codici e di riti che Kolima e il suo amico Gagarin, destinati a intraprendere strade diverse, dovranno seguire e comprendere: l’importanza dei tatuaggi; il rispetto nei confronti dei deboli; il disprezzo di alcune categorie sociali. Allo stesso tempo, nasce un forte legame con una ragazza disturbata.
I giovanissimi attori (Arnas Fedaravicius, Vilius Tumalavicius, Eleanor Tomlinson, Jonas Trukanas, Vitalji Porsnev) sono tutti molto bravi, così come John Malkovich magnifico nei panni del nonno Kuzya, e la regia di Salvatores è come al solito impeccabile tecnicamente, al di sopra, nettamente, della media di molti altri suoi colleghi italiani. Salvatores è uno sperimentatore della tecnica, e, come Tornatore, un regista che non ha paura di pensare in grande, proponendosi in racconti di viaggio, commedie, così come in opere di genere. Si pensi al parzialmente riuscito Nirvana (1997), opera di fantascienza che rappresenta quasi un caso unico nel panorama italiano.
Allora dove sono i problemi di Educazione siberiana? Sia ben chiaro, vale la pena vedere il film e non si uscirà di certo delusi. Tuttavia se paragonato al libro di Lilin, il film di Salvatores, scritto insieme con Stefano Rulli e Sandro Petraglia, semplificano molto e depauperano la scrittura di Lilin e la sua storia di un discorso davvero profondo sui concetti di male, di sopraffazione e di violenza. Quello che rimane è quindi un “romanzo criminale”, un film di gangster e di “bravi ragazzi” che si spostano dalle classiche ambientazioni americane (o italiane degli ultimi film di Michele Placido) a quelle fredde, anzi gelide della Moldavia.
Una storia sicuramente gelida e violenta, ma se i personaggi di Salvatores fossero stati attraversati da un po’ più di passione avrebbero lasciato meno indifferenti. Senza nulla togliere alla fattura e alle ambizioni di questo Educazione siberiana.

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