Data odierna 23-10-2017

Le giornate sono piuttosto grigie e fresche, colpa della stagione, soprattutto da queste parti. Soletta comunque è sempre affascinante, piena di storia che salvaguarda con grande scrupolo. La cura del...

Oro Verde al Festival del Film di Soletta: Solidità e pragmatismo

Le giornate sono piuttosto grigie e fresche, colpa della stagione, soprattutto da queste parti. Soletta comunque è sempre affascinante, piena di storia che salvaguarda con grande scrupolo. La cura del suo territorio e delle riuscite dovute convivenze fra datato e moderno lo testimonia.
Sita fra Basilea e Berna, attraversata dal sonnolento ma al tempo stesso maestoso Aar, divisa, o meglio unita, dal suo fiume. È considerata, e non a torto, la più bella città barocca della Svizzera. Incantevoli la Torre dell’Orologio della prima metà del XII secolo (con la particolarità civettuola del quadrante con sole undici ore!) e la cattedrale di Sant’Orso del 1773, tipica costruzione del Barocco classicista. Da conservare con cura il Municipio del XIII secolo e la Franziskanerkirche costruita a partire dal 1426.
La lingua ufficiale è il tedesco, ma la sua vicinanza alle terre di romandia fanno si che anche la lingua francese sia diffusa ed utilizzata dai più. I collegamenti stretti con l’Emmental e Moutier, nel Giura bernese, l’avvolgono all’inizio dell’altopiano.
In questa soave cittadina nacque, 49 anni fa, il Festival cinematografico omonimo. Il più importante evento della celluloide in Svizzera, denominato “Le giornate di Soletta”. Si deve all’Associazione cinematografica di Soletta l’intuizione di creare un luogo d’incontro di culture ove far germogliare nuove idee ed ispirazioni soprattutto per i giovani cineasti svizzeri indipendenti. Soletta ha ospitato tra il 1998 ed il 2008 la “consegna del Premio del Cinema Svizzero”. Dal 2009 questo evento è stato attribuito al Centro culturale e congressuale di Lucerna, ma i nominati per il premio vengono scelti e presentati in occasione del Festival solettese (La Notte delle nomination).
Lo scorso mese la cittadina sull’Aar ha vissuto la sua 49. edizione. Molte le partecipazioni e, come d’uso, diverse le opere prime, pellicole d’essai, i cortometraggi. La qualità delle produzioni anche quest’anno si è rivelata di interessante livello. La rassegna ha visto fra i protagonisti il documentario “L’Escale” del regista ginevrino Kaveh Bakthiari (recente scoperta alla Quinzaine des Réalisateurs) e “Neuland”, anch’essa opera documentario di Anna Thommen.
L’Escale ha raccolto il premio della Giuria composta da Chantal Akerman, regista belga, presidente dallo scrittore Lukas Bärfuss, dalla sceneggiatrice Güzin Kar e dal sociologo Jean Ziegler, con la motivazione “di limitarsi ai mezzi cinematografici più semplici e di focalizzarsi sui suoi personaggi”.
Anna Thommen riceve invece il “Premio del Pubblico” per “Neuland”. Il film narra la storia, commovente, di un insegnante e della sua classe di sostegno per “diversi”.
Serata forte è stata vissuta con la “Notte delle Nomination” alla presenza della direttrice dell’Ufficio Federale della cultura Isabelle Chassot e con la proiezione del documentario “Millions Can Walk” alla presenza dei suoi registi Christoph Schaub e Kamal Musai.
L’ambito riconoscimento “il premio d’onore” è andato alla costumista e truccatrice losannese Martione Felber.
Le giornate hanno vissuto anche l’opera shock di Barbara Miller “Forbidden Voices”, una denuncia della repressione in atto nei Paesi ove la libertà delle donne è giornalmente messa in discussione (Cuba, Iran e Cina), la fatica di Silvio Soldini che racconta una “Italia in decadenza” con il suo “Il comandante e la cicogna”. La direttrice delle “Giornate”, Seraina Rohrer, ha riproposto il tema della necessità di ottenere maggiori finanziamenti per poter “osare di più”. Da segnalare “la petite chambre” girato da Stéphanie Chaut e Véronique Reymond: è la storia di orgoglio ed affetto, raccontata con tanta sensibilità e sprazzi di umorismo che aveva già fatto innamorare il pubblico di Locarno . Questa opera prima ha conquistato l’Oscar svizzero per il miglior film e la miglior sceneggiatura.
Il festival si chiude con il nuovo record di spettatori: oltre 65 mila.
Con la sua presenza, la nostra rivista ha voluto vivere un momento di arte, di talento, di innovazione e di coraggio, che traspare dal Festival e che si lega in maniera quasi animica con l’esperienza che, con l’iniziativa voluta creando il nostro centro culturale “Il Ponte”, stiamo vivendo. “Il Ponte” “eine Brücke zwischen unterschiedlichen Kulturen” Il Festival di Soletta è davvero un crocevia di diverse culture legate alla immensa voglia di conoscenza e di interscambio artistico e culturale.
In quest’ottica abbiamo dedicato una speciale attenzione ad un opera cinematografica presentata in prima assoluta a Soletta e pregna della missione che il nostro Centro si è data. L’”Oro” Verde del regista Mohammed Soudani.
Il film racconta la storia di una gang di disoccupati, si direbbe oggi di “sfigati”, uno più improbabile e disperato dell’altro, tutti convinti di avere fra le mani “l “Oro Verde”, che cambierà definitivamente la loro vita. Il film è ispirato ad un fatto realmente accaduto in Ticino all’inzio degli anni 2000.
La pellicola, assai ben girata, sul filo di un fatto di cronaca, pone particolare attenzione soprattutto al profilo animico e culturale dei vari personaggi. Il tutto impregnato di fine umorismo utilizzato dal regista nella narrazione della vicenda.
Dove sta e si realizza il fenomeno “Brücke zwischen unterschiedlichen Kulturen”?
Da un lato i personaggi che vi giostrano: un Ingegnere disoccupato. Una moglie simil-convenzionale tesa al non rischio e ad una gravidanza che tarda ad arrivare. Un benzinaio di scarsi incassi, lasciato dalla moglie. Un imprenditore di pompe funebri ed il suo collaboratore, unici, probabilmente al mondo, a non trovare molte salme da interrare. La morosa del “becchino” direttrice di una scuola di ballo sgangherata per over 80.
Già questo quadro richiama un tentativo umoristico ma anche tremendamente realistico, di una convivenza fra i diversi componenti della banda.Dall’altro, la eterogeneità, degli attori che giocano i ruoli: solo una causalità o frutto di una scelta accurata ? O forse solo una nostra forzatura interpretativa ?
L’igegnere: Fausto Sciarappa. Un attore italiano che va a studiare in Inghilterra e si installa in Francia per le sue prime esperienze teatrali e cinematografiche. Un livello interpretativo alto.
La moglie: Giorgia Würth. Una svizzera, nata in Italia, che non vuole imparare lo “schwiizerdütsch ” che lavora in Svizzera in Francia e in Italia. Brava sulla scena: le esperienze maturate al cinema ed in televisione le danno molta sicurezza davanti alla macchina da presa. È talentuosa.
Il benzinaio: Leonardo Nigro. Italiano, cresciuto in Svizzera. Seconda generazione. Parla il tedesco come si deve. L’italiano invece è quello casalingo appreso dai genitori emigrati.
Un interprete di grande talento. La sua faccia, come si dice in gergo, “buca lo schermo”. Forse sono di parte perché stravedo per lui.
Il becchino: Ignazio Oliva. Un italiano anomalo che parla correntemente 5 lingue e tre dialetti il romano ed il pugliese ed il ligure. Sembra sempre sul punto di essersi dimenticato la battuta che, invece, puntualmente arriva. Spontaneo. Probabilmente il suo grande amore continua ad essere il teatro.
Il suo collaboratore: Carlos Leal. Nasce a Losanna da genitori spagnoli. Studia a Parigi, Lavora in Svizzera ed ora vive a Los Angeles. Parla italiano con forte, simpatico accento francese. Sprizza simpatia e naturalezza da tutti i pori. Sembra essere sempre li per caso.
Invece lascia il segno ed aspetti solo il momento di rivederlo.
La direttrice: Simona Bernasconi. Nasce a Lugano, da genitrice siciliana. Lavora in Italia e vive in Ticino. È una sorpresa. Era alla sua prima esperienza cinematografica dopo molto teatro. I tempi da quelle parti sono diversi. Lo stare in scena è disciplina: il testo da raccontare è l’amalgama del cast per la migliore delle riuscite. Se nelle prossime occasioni si rilassa e si lascia andare è anche lei una come Leonardo Nigro: una che “…buca ….” ! Ed ha anche il vantaggio di essere fascinosa….
Il regista: Mahammed Soudani.Nasce in Algeria. Si è spostato per studi a Parigi. Ha fatto l’emigrato negli Usa. Lavora in Svizzera Italia ed in Francia. Ora vive in Svizzera. È estremamente spontaneo ma , paradossalmente, molto pignolo e professionale. Gira, direi, “all’americana” e questo lascia il segno. Il pieno di umorismo si vive nella scena in cui la banda va a fare il colpo con tre mezzi di trasporto quanto meno improbabili: è eccezionale! (non dò dettagli per evitare di bruciare la sorpresa ai lettori che andranno a vedere il film, ciò che caldamente consiglio). Per essere un grande deve forse smettere di pensare che gli altri pensino che è nato in Algeria…..
Eterogenei, molto eterogenei…”unterschiedliche Kulturen”, madri, lingue, esperienze di lavoro, curriculum, e profili molto diversi.
Risultato finale: un’amalgama perfetto. La fotografia del film è molto buona. La surrealtà della storia è sempre presente. L’umorismo fine, alle volte triste e disperato (come già detto sopra), è il file rouge di una storia ben raccontata.
Non ha avuto riconoscimenti a Soletta: a nostro avviso niente di grave. Il Festival è comunque sempre un po’ regionale, rionale. Le culture (a proposito) sono diverse. Pur essendo Soudani sicuramente universale, vi è pur sempre un’origine culturale, storica,
diversa da quella teutonica. L’aver presentato il film (com’era d’altronde giusto) in lingua italiana (e quindi non doppiato) con i soli sottotitoli in altra lingua non ha aiutato a venire più apprezzato. Molto della qualità di fondo del film stesso e del lavoro del regista e del cast è basato su finezze di lingua, dei modi di dire che se non li capisci, difficilmente puoi dovutamente pesare.
“Die Brücke zwischen unterschiedlichen Kulturen” é stato posato. Vi sarà  per Soudani, sicuramente, una prossima volta.

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Una risposta to "Oro Verde al Festival del Film di Soletta: Solidità e pragmatismo"

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