Data odierna 21-10-2017

Gioacchino Balistreri, pianista multi-strumentista, è un compositore di colonne sonore e musiche di scena. Si esibisce regolarmente all’interno del prestigioso centro multiculturale LAC di Lugano...

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Intervista a Gioacchino Balistreri in corsa per gli Oscar 2018 per le musiche originali del corto “Confino”

Gioacchino Balistreri, pianista multi-strumentista, è un compositore di colonne sonore e musiche di scena. Si esibisce regolarmente all’interno del prestigioso centro multiculturale LAC di Lugano (Svizzera), città in cui vive e lavora ormai da diversi anni. Laureato con lode al conservatorio di Palermo (pianoforte), ha studiato Musica per Film presso l’Accademia Chigiana di Siena, sotto la guida del Maestro premio Oscar Luis Bacalov. Nel 2010 ha conseguito il Master of Arts Supsi presso il Dipartimento di Formazione e Apprendimento a Locarno (Svizzera). Tra i suoi ultimi lavori, le musiche di scena per lo spettacolo “Fine Pena: Ora“, regia di Mauro Avogadro su testo di Paolo Giordano (La Solitudine dei Numeri Primi), con Massimo Foschi e Paolo Pierobon, che debutterà prossimamente al Teatro Piccolo di Milano (produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa) e le musiche originali per i corti animati di Nico Bonomolo Confino, vincitore del Santa Barbara International Film Festival 2017 ed attualmente in corsa per gli Oscar 2018, e Detours, menzione speciale ai Nastri d’Argento 2016.

Intervista di L’altraitalia a Gioacchino Balistreri, compositore, che alla seconda Festival Animavì Festival Internazionale del Cinema d’animazione poetico, che si tiene nel centro storico di Pergola (Pesaro – Urbino) dal 12 al 16 luglio 2017, con la direzione artistica del più importante regista italiano di cinema d’animazione, Simone Massi – presenta il corto italiano Confino, di Nico Bonomolo, di cui ha composto le musiche originali.

Dove e quando sei nato?

Sono nato a Palermo nel ’82. A settembre, il mese dell’anno che preferisco.

Come mai hai scelto (se di scelta si tratta) di vivere a Lugano?

Era il 2008 e volevo lasciare il Paese, troppe porte chiuse in faccia. Per un soffio non sono andato a Berlino, dove avrei suonato il piano negli hotel, una prospettiva che certamente non mi faceva fare i salti di gioia, ma in quel momento pur di andare via l’avrei fatto. Poi una sera, su internet, trovo un sito che parlava di alte scuole pedagogiche e di abilitazione all’insegnamento in Svizzera (mai stato prima). Ho mandato il curriculum e… tutto il resto è stato velocissimo, cosa che mi ha aiutato a credere che quella fosse la scelta giusta, che qualcuno avesse tirato il famoso salvagente per me.

 Ritieni che Lugano sia una città adatta alla musica? Come vedi la situazione di artisti o gruppi emergenti?

 È sicuramente adatta a me. Credo che non esista un luogo perfetto, dipende dalla persona. Io qui ho davvero trovato il terreno ideale per realizzare i miei sogni, soprattuto dal punto di vista artistico. Artisti e gruppi musicali hanno sicuramente modo di emergere se c’è del vero talento e la giusta dedizione… ma questo vale sempre, aldilà del luogo in cui ti trovi. E se questo non è adatto a te, alle tue specifiche potenzialità ed attitudini, al tuo modo di essere, allora significa che devi andare via e cercarne un altro.

 Quando, nel corso dei tuoi studi, hai compreso che la musica era la strada che avresti percorso? Perché?

 Gli studi musicali li ho iniziati a 6 anni. Ma è stato prima, molto prima: avevo 1 anno, mia madre mi addolciva la vita con enormi biberon e piazzandomi davanti all’impianto stereo: i grandi italiani dell’Opera. Quando la musica finiva io iniziavo a piangere. Ancora oggi mi chiedo se il pianto fosse perché mi piacevano Verdi e Rossini, o perché già allora consideravo la musica più interessante della vita quotidiana. Un annoiato precoce.

 È stato facile seguire questa passione per te, o hai avuto difficoltà? Se sì quali?

 Splendida domanda. È vero, è risaputo che il cammino dell’arte non sia un cammino facile per nessuno. Per quanto mi riguarda, più ancora dei miei Maestri, devo ringraziare proprio gli inetti, gli ipocriti, per dirla in breve i mediocri della mia vita. Sono stati loro a darmi ogni volta lo sprint per andare avanti. Darla vinta ai mediocri ti crea enormi problemi di coscienza. Nonostante tutto, seguire una vera passione è un fatto magico quanto inevitabile. Certamente sono stato fortunato a nascere in una famiglia dove l’arte la respiravi per casa, non é affatto scontato. È molto più incline al pensiero comune credere che i “lavori veri” siano altri.

 Quanto è importante la musica nei film?

Quanto tempo ho per rispondere? Ahahah… Ogni musica è portatrice di un messaggio emozionale. Quando la si applica alle immagini, essa si trasforma e si intreccia con il racconto visivo creando un un unicum del tutto nuovo. Credo che ci ricordiamo di molti film, ma più ancora di molte scene memorabili, grazie e soprattutto alla colonna sonora. In particolare nell’evoluzione che ha avuto il cinema dalla fine degli anni Sessanta ad oggi, la musica ha avuto un ruolo determinante. Ciononostante, ci sono registi che amano affidare totalmente all’attore il compito di trasmettere le emozioni, privandosi quasi del tutto dell’arricchimento musicale. A tal proposito, il teatro ti insegna moltissimo proprio dei tanti modi in cui la musica e più in generale il mondo dei suoni può essere utilizzato in funzione del racconto.

Al festival Animavì sarà in concorso “Confino”, di Nico Bonomolo, di cui hai scritto le musiche originali, che è stato inserito nella long list dei Premi Oscar 2018. Ci racconti questa vostra collaborazione e il tuo lavoro musicale per questo corto?

Nico Bonomolo è, prima che un artista vero, un carissimo amico. Con lui condivido bellissimi ricordi. È stato lui nel 2008 ad aiutarmi a capire che il mondo più adatto a me fosse quello della musica applicata. E lo fece nel modo più naturale possibile: mi chiamò per comporre le musiche del suo primo cortometraggio animato, Lorenzo Vacirca, che ebbe subito forti consensi (vinse il Taormina Film Festival e grazie a questo venne presentato in giro per il mondo, anche in America). Da allora ho composto le musiche per tutti i suoi lavori, fino a Confino.

Della sua arte amo il modo in cui riesce a narrare senza dialoghi, affidandosi al suo grande intuito e alla sua formidabile tecnica pittorica. Quando abbiamo iniziato a lavorare al progetto Confino, tutto si è svolto, come sempre, in modo molto fluido, cosa dovuta forse anche al fatto che abbiamo gli stessi gusti musicali e cinematografici.

 Può una musica ispirare un film?

 Certo. Ogni forma d’arte, Musica compresa, può ispirare l’idea per una storia. Ma non è il caso di Confino, dove la colonna sonora è stata creata solo dopo che Nico mi aveva raccontato la sua idea. Personalmente, per adesso mi diverte di più creare una musica che sia funzionale a ciò che bisogna narrare, meno il contrario.

 Qual è lo strumento che ti piace di più suonare?

 Beh, non è facile da dire. Mi piace molto che usi il termine “suonare”: nella musica per film va molto di moda oggi servirsi di software e tastierine (ti prego lasciamele chiamare così!) con cui puoi creare intere orchestre sinfoniche. Non sono mai stato un fan di questa corrente. Resto convinto che il suono prodotto con le mani dall’uomo (o dalla donna) sia impareggiabile. Può sembrare una presa di posizione vecchia e retrograda, ma io non lo credo, sai? Anzi, penso che tra qualche tempo i fan della “tastierina” saranno costretti a fare i conti con questa semplice verità.

Amo la natura di ogni strumento che suono, se fossi costretto a scegliere ti direi – il pianoforte, perché è quello che più di ogni altro mi da un senso di completezza. Ma senza la chitarra, il basso, la batteria, le varie percussioni, etc… mi annoierei presto.

 Lavorare nella musica per te cosa significa?

 È una vacanza per la vita, se non altro per quanto ti diverti.

 Qual è il tuo successo più grande? E quello che più ti ha fatto felice?

 Mi ha fatto molto felice, tra i tanti, un evento recentissimo: assistere alle prove “a tavolino” per Fine Pena: Ora, regia di Mauro Avogadro su testo di Paolo Giordano, con Massimo Foschi e Paolo Pierobon, che debutterà al Piccolo di Milano il prossimo 21 novembre e per il quale sto componendo le musiche originali.

Essere circondati da gente di quel calibro ti fa solo venir voglia di dire – Ancora! Ancora! Per quanto riguarda il mio successo più grande, è ancora presto per dirlo…

Progetti per il futuro?

Sto imparando a suonare il violoncello. Per Confino, dove il violoncello ha un ruolo determinante, mi sono servito della maestria di Rosette Kruisinga, una formidabile violoncellista olandese. Gli archi hanno di per sé un potere speciale, soprattutto se li si utilizza per le colonne sonore. Il fatto di poter in qualche modo acquisire questo potere è una tentazione alla quale non voglio rinunciare. Quindi ho iniziato a studiare l’arco che preferisco, il violoncello. Come dice il libanese in Romanzo Criminale? “Mo so cazzi”.

 

 

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