Data odierna 21-10-2017

Intervista a Gabriela Stucchi, artista di origine emiliano-romagnola. ****************************************************************** La Conferenza d’Area del Centro e Sud America tenutasi a...

Argentina: intervista a un’artista di origine Emiliano-Romagnola

Intervista a Gabriela Stucchi, artista di origine emiliano-romagnola.

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La Conferenza d’Area del Centro e Sud America tenutasi a Buenos Aires dal 12 al 14 luglio 2017 ha avuto anche un importante happening culturale: l’inaugurazione della mostra “Mujeres en lucha”, un evento organizzato grazie alla collaborazione tra Istituto italiano di cultura di Buenos Aires, Union Regional Emilia-Romagna de Buenos Aires e la Consulta degli emiliano-romagnoli nel mondo.
D. Qual é il primo momento della tua vita in cui hai cominciato a voler disegnare, dipingere, cioé i primi contatti con l’arte?
R. L’arte é sempre stata in contatto con me, mi ha sempre cercato poiché fin da piccola mi sedevo a disegnare per lunghe ore. Ricordo uno zio mio, un grande disegnatore che disegnava sulla tavola della cucina della casa di mia nonna ed io accanto a lui, cercando di copiarlo. Col tempo ho scelto la carriera di Disegno Grafico, ma la tecnologia piú che aiutarmi mi limitava il lavoro artistico. Allora dipingevo mobili, porte, pareti finche un giorno ho cominciato a farlo su un “legno” che io chiamavo cosí perché sentivo un certo pudore di dargli il nome di “quadro”. Da lí ho cominciato con colori acrilici a fare iperrealismo. All’inizio figure umane senza volto, poi lungo il percorso della scoperta artistica e personale, sono entrata in una “clinica di opere” nel Centro Cultural Recoleta diretta da Claudio Gallina, dove incomincio a rompere le mie proprie strutture e a far sorgere i volti e i colori.
D. Come lasciar affiorare quell’interiore confuso e ricercato? Come plasmarlo in una immagine? Che immagine, che colore, che forma? Come é stato il processo che ti ha portato alla tecnica del Collage?
R. I processi credo che non abbiano un principio o una fine, soltanto in retrospettiva possiamo vederli con chiarezza. Sorgono idee che si cerca di plasmare ma a volte si prende un’altra strada, poi si ritorna e si riprende, l’unica cosa continua é la ricerca. Creare un’immagine, inventare un concetto, continuare a cercare… voler dire qualcosa? Non dire nulla? A proposito, un’amica dell’infanzia, visitando la mostra del collage, si é ricordata che quando avevamo 8 anni venne a casa mia e mi trovó con mio fratello e mia madre componendo un puzzle e si sorprese della mia concentrazione e pazienza. Forse quella costruzione, partendo da cose inermi, fa parte di quel processo che oggi mi ha portato alla tecnica del collage: distruggere per costruire. Un altro ricordo, un giorno camminando lungo la costa del Rio de la Plata, trovo pezzi di mattonelle, di calcinacci, di sanitari, di cucina ed altro, che mi suggeriscono di fare un mosaico, unire tante parti per costruire un disegno (é la tecnica del “trencadis” che hanno utilizzato Gaudí e altri, cosa che poi ho investigato) che in quel momento ho soltanto immaginato quei pezzi per fare arte. Forse anche quella distruzione fa parte del processo di costruire partendo da cose disarmate. E qui sorge il collage con pezzettini di pagine di riviste, vedere solo i colori, uscire dalla realtá dell’immagine, rompere strutture e ricostruire una nuova realtá.

D. Che cosa ti ha spinto alla tematica delle “Donne in lotta”, antica e contemporanea, locale e universale nello stesso tempo?

R. É una tematica che mi entra nella pelle, sono donna. Il cosiddetto “sesso debole” invece é forte ed io cerco di mostrare le diverse fortezze femminili. Fin dall’antichitá le donne hanno creato, lottato, amato, scritto, pensato, gridato, come gli uomini eppure sono l’oblio della storia. La nostra forza dappertutto, tutti i giorni, in tutti gli ambiti, sia pubblico che privato. Ci sarebbe tanto da dire al rispetto, per ora mi limiterò ad incollare pezzettini di carta e a modo mio rivendicare il lavoro delle donne e ricordarne alcune che sono state dimenticate o poco riconosciute.
D. Che significa l’italianitá nella tua vita, come e in che modo si riflettono le tue radici italiane in te?
R. Credo che la mia italianitá abbia a che vedere con la mia parte emozionale, fatta di ricordi, di storie, di tradizioni, di affetti familiari. Storie raccontate trasmesse di bocca in bocca, che tutta la famiglia conosce ma che nessuno sa se son tutte vere e che a nessuno importa corroborare. Come quella che mia nonna raccontava spesso: che l’avevano mandata in collegio a Roma e che qualche volta se ne andava in Piazza San Pietro e abbracciava le colonne del Bernini e mai ci riusciva, ci ritornó poi da grande e le sembrarono piú strette di quando le abbracciava agli 8 anni. Spesso giustificava la sua mancanza di accento italiano, perché appena arrivata in Argentina la obbligarono ad imparare subito lo spagnolo. Arrivó un mese di settembre ed a marzo andó a scuola e giá non si notava che era italiana. I suoi cugini, cosí racconta lei, la chiudevano nel pollaio fino a quando non pronunciava bene la “j”. Ricordo quella tavola grande della domenica con tanto cibo e tutti parlando ad alta voce.

Di Romina Medri per “l’Italiano”

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